https://iclfi.org/pubs/spo/88/unitevi
“Durante il periodo della crisi, l’egemonia degli Stati Uniti si imporrà più completamente, più nettamente, più spietatamente che durante un periodo di ascesa (…) Una grande crisi negli Stati Uniti darebbe il segnale di nuove guerre e nuove rivoluzioni. Lo ripetiamo: le situazioni rivoluzionarie non mancheranno. Tutto dipende dal partito internazionale del proletariato, dalla maturità e dalla capacità di lotta dell’Internazionale comunista, dalla correttezza della sua strategia e della sua tattica.”
-Lev Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin (1928)
Riproduciamo il documento adottato alla IX Conferenza internazionale della Lci, scritto dalla compagna Mansa Kaur.
INTRODUZIONE
La situazione internazionale è caratterizzata da una contraddizione insostenibile. Da un lato, l’imperialismo americano è impegnato in una brutale offensiva per riaffermare la propria egemonia sulla scena mondiale. Per farlo, è pronto a trascinare l’intera umanità in una spirale di crisi e guerre. Dall’altro, la classe operaia (l’unica forza in grado di offrire un’alternativa progressista all’Impero americano) non è ancora entrata in scena in modo decisivo sotto la propria bandiera.
Alla classe operaia non è mai mancata la volontà di lottare. Le manca una direzione in grado di guidare le lotte per i suoi interessi storici. Per decenni, le organizzazioni che rivendicano la bandiera del marxismo non sono riuscite a fornire tale direzione. Questo vuoto ha permesso alle forze della reazione di crescere. Oggi il movimento comunista è irrimediabilmente frammentato e separato da coloro che sostiene di rappresentare. A risolvere la crisi non saranno né la situazione oggettiva né i successi momentanei. Per avviare l’opera di ricostruzione e raggruppare i rivoluzionari in tutto il mondo, è necessario un programma: un programma che corrisponda ai compiti dell’epoca.
È con questa consapevolezza che la Nona conferenza internazionale della Lci propone la seguente analisi e il seguente programma. Esso si fonda su un’analisi critica della sinistra marxista nel periodo post-sovietico, nonché sulla nostra modesta ma risoluta esperienza nella lotta di classe negli ultimi tre anni di turbolenze globali.
PARTE I: LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE
“…l’analisi concreta della situazione concreta, che è l’essenza stessa, l’anima viva del marxismo”.
- Lenin, Kommunismus (12 giugno 1920)
Stati Uniti e Cina
La caratteristica distintiva della nostra epoca è l’antagonismo tra l’imperialismo statunitense e la Cina. Dal 1945, gli Stati Uniti sono stati la potenza imperialista dominante e il garante del sistema capitalista mondiale. Ma da decenni la loro base economica è in relativo declino. Questo processo ha accelerato con la globalizzazione post-sovietica, di cui la Cina è stata la principale beneficiaria. Su questo quadro di fondo vi è ampio consenso. Ma le dinamiche e le contraddizioni concrete di questo conflitto vengono spesso fraintese a favore dell’impressionismo e dell’empirismo. Per capire le dinamiche dell’attuale situazione internazionale bisogna comprendere lo sviluppo storico della loro relazione.
A livello della produzione, la globalizzazione ha portato allo svuotamento della base industriale del blocco imperialista a favore della Cina e di altri paesi del Sud globale. La quota globale della produzione manifatturiera dei paesi del G7 è diminuita di quasi la metà, passando circa dal 60% nel 1995 al 30% nel 2020. La porzione specifica degli Stati Uniti è scesa dal 21% nel 1995 al 17% nel 2022. Nello stesso periodo, la quota della Cina nella produzione industriale globale è aumentata dal 6 al 32%. Si tratta di un cambiamento epocale nell’equilibrio delle forze in un ambito decisivo, che è cruciale per una guerra su larga scala.
Ma il peso industriale e commerciale della Cina supera di gran lunga il suo ruolo finanziario e istituzionale nell’economia mondiale, che resta saldamente dominata dagli Usa e dai loro alleati. Le istituzioni che regolano l’economia e le relazioni internazionali restano quelle create dagli Stati Uniti: il Fmi, la Banca Mondiale, l’Omc e le Nazioni Unite. Sebbene il predominio del dollaro statunitense sia diminuito, esso rimane la valuta di riserva mondiale, garantendo agli Stati Uniti un “privilegio esorbitante”. Wall Street resta il centro della finanza internazionale. La quota degli Usa nella capitalizzazione di mercato globale è rimasta attorno al 45-50% negli ultimi decenni, mentre quella della Cina è passata da quasi zero nel 1980 al 10–12% nel 2025. E se la Cina rappresenta circa il 15% del commercio globale, il renminbi viene utilizzato per fatturarne solo il 2%.
Molti sostengono che l’eccezionale crescita della potenza economica, commerciale e militare della Cina significa che essa sta attivamente cercando di prendere il posto degli Stati Uniti sulla scena mondiale. Niente potrebbe essere più falso. Di fondo, la Cina svolge un ruolo conservatore e non fa nulla di decisivo per colmare l’enorme divario tra la sua forza economica e la sua debolezza istituzionale e finanziaria, un’anomalia per una potenza emergente.
Questa situazione si riflette nelle dinamiche militari tra le due grandi potenze. Gli Stati Uniti continuano a detenere il predominio militare, con 750 basi in tutto il mondo. E per quanto la Cina disponga ora della seconda forza militare al mondo, questa è orientata alla protezione dei confini, non a sostituire il dominio globale degli Stati Uniti. L’unica base militare cinese all’estero si trova a Gibuti. Mentre gli Usa non si fanno scrupoli a ricorrere alla forza militare, imponendo la propria volontà a un paese dopo l’altro, la Cina non combatte una guerra dal 1979. In risposta all’imposizione dei dazi, non ha sfruttato il proprio controllo sui minerali delle terre rare per paralizzare il complesso militare-industriale statunitense. Non ha fatto praticamente nulla per difendere i suoi alleati attaccati dagli Usa: Venezuela, Iran e Cuba sono gli esempi principali. In politica estera, la Cina preferisce fare appello al diritto internazionale e alla cooperazione “win-win” piuttosto che esercitare il notevole potere militare di cui dispone.
In ultima analisi, la Cina non agisce per affermare la propria egemonia, ma cerca di riformare l’ordine attuale per migliorare la sua posizione e ottenere maggiore autonomia. È cruciale capire il perché. L’imperialismo è spinto verso l’espansione e la conquista, dalle sue dinamiche interne. La Cina non è guidata dalle stesse leggi. La struttura statale e lo sviluppo sociale della Repubblica popolare cinese (Rpc) hanno ancora le loro radici nella rivoluzione del 1949. Ciò non significa che la politica estera della Cina sia benevola o che sia guidata dall’internazionalismo; tutt’altro. Le fondamenta sociali dello Stato implicano, tuttavia, che il suo sviluppo non generi necessariamente una pulsione a sottomettere altre nazioni. È per questo che non esiste alcuna zona di influenza esclusiva cinese imposta a spese dell’impero americano.
La contraddizione primaria al centro del sistema mondiale si riduce alla seguente dinamica: l’egemonia americana è minacciata dall’ascesa della Cina, ma il Partito comunista cinese (Pcc) non vuole sovvertire l’ordine dominato dagli Usa. Dato il declino dell’industria e il ruolo parassitario svolto dal capitale finanziario, l’economia Usa non può competere con la Cina con mezzi convenzionali. Gli Usa possono conservare la supremazia solo aumentando aggressione e coercizione per piegare il resto del mondo. Siamo di fronte a uno scenario storicamente inedito: la potenza emergente si batte per conservare lo status quo, mentre quella in declino lo smantella per creare un nuovo assetto reazionario dei rapporti internazionali, mettendo sotto torchio alleati e rivali pur di conseguire il proprio obiettivo.
L’impotenza degli alleati
Questa nuova dinamica intrappola l’Europa in una crescente contraddizione. Con l’indebolimento dell’egemonia statunitense le potenze europee necessitano di maggiore autonomia strategica. Ma, nonostante l’aumento delle tensioni, l’Unione Europea (Ue), lungi dal rompere con gli Stati Uniti, ne segue i diktat e spende sempre di più per sostenere l’impero americano. Questo accade innanzitutto perché l’Europa moderna è nata e cresciuta sotto la protezione militare americana, a partire dalla sua creazione dopo la Seconda guerra mondiale attraverso la sua espansione dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Questo legame si esprime chiaramente nella Nato. Senza gli Usa a fare da forza unificante, l’Ue finirebbe col disintegrarsi.
Inoltre, a causa del loro declino, i Paesi imperialisti dell’Ue dipendono sempre più dagli Usa per difendere la propria posizione privilegiata sulla scena mondiale. Malgrado le loro aspirazioni e le parole al vento, al momento non sono in grado di proiettare la propria potenza in modo indipendente. Per questo, anziché emergere quale polo autonomo, l’Europa si adegua sempre più al corso reazionario tracciato da Washington, compromettendo nel frattempo la propria stabilità economica e politica. La medesima dinamica spiega la traiettoria del Giappone e di potenze imperialiste minori quali il Canada e l’Australia.
La Russia, l’oggetto inamovibile
La Russia si distingue come forza importante che resiste agli Usa. Pur disponendo di una potenza militare sufficiente a ostacolare le ambizioni americane, le manca il peso economico e sociale necessario ad instaurare un ordine globale rivale. La guerra in Ucraina, che la Russia probabilmente vincerà, dimostra la sua capacità di resistere e respingere l’espansione della Nato al suo confine occidentale. Ma ad un costo considerevole. Inoltre, i suoi tentativi di avventure internazionali, sia in Siria che in Africa, non hanno avuto successo e non hanno aumentato granché la sua influenza internazionale. Il ruolo complessivo della Russia non è tanto quello di un polo alternativo al dominio statunitense quanto quello di un freno: accelera la crisi dell’ordine esistente senza poterlo modificare.
La spirale reazionaria in Asia occidentale
Dal 7 ottobre, Israele si è lanciato in un escalation di carneficine, spalleggiato ad ogni passo dagli Usa. Una dinamica che non nasce dagli eventi del 7 ottobre, ma dal progressivo indebolimento della posizione israelo-americana nella regione a vantaggio dell’Iran. Il sionismo, come progetto nazionalista intrinsecamente radicato nell’oppressione e nel genocidio del popolo palestinese, non può tollerare alcun contrappeso regionale al proprio dominio in grado di metterne in discussione l’egemonia e la capacità di soggiogare le masse arabe. Di conseguenza, lo Stato sionista ha usato metodi sempre più aggressivi per ristabilire la sua supremazia in Asia occidentale, devastando il tessuto sociale della regione.
Anche se Usa e Israele sono riusciti a infliggere sconfitte tattiche e strategiche a molti avversari (ad esempio in Siria), non hanno risolto la crisi di fondo della loro posizione nella regione. La superiorità militare non gli ha consentito di instaurare un ordine politico stabile, e i tentativi di distruggere la Repubblica islamica sono falliti. Resta da vedere quali saranno le conseguenze a lungo termine della crescente pressione sull’Iran. Ciò che è certo è che gli Stati Uniti e Israele continueranno a provocare indicibili devastazioni nella regione finché non subiranno delle sconfitte decisive.
L’America latina nel mirino
Il presidente venezuelano Maduro, rapito dagli Usa.
L’ascesa della Cina ha consentito a molti paesi latinoamericani un maggior margine di manovra economico e diplomatico, indebolendo il quasi monopolio un tempo esercitato dall’imperialismo Usa. Ma la regione resta profondamente integrata nelle strutture politiche, militari e finanziarie del dominio statunitense. Date le crescenti pressioni che contrastano l’egemonia statunitense a livello globale, Washington cerca di riaffermare la propria autorità in quella che continua a considerare la propria sfera di influenza esclusiva. Per farlo sfrutta sia il proprio decisivo vantaggio militare sia l’influenza su settori chiave delle élite al potere nella regione. Grazie a questi vantaggi, gli Stati Uniti vedono nell’America Latina il terreno più favorevole su cui contrastare la Cina e su cui garantire la propria reindustrializzazione.
Ciò si è già tradotto in un rinnovato allineamento di diversi governi con Washington e in un’affermazione più aggressiva del potere statunitense, come dimostrano il rapimento del presidente venezuelano Maduro e l’escalation del bloqueo contro Cuba. La relativa autonomia conquistata da alcune parti del continente, così come gli interessi economici della Cina, si scontrano sempre più con la rinnovata determinazione dell’imperialismo statunitense a ripristinare la propria autorità nell’emisfero occidentale.
La frammentazione dell’Africa
Pur non essendo il cuore della competizione tra le grandi potenze, il continente africano ne paga in modo sproporzionato le conseguenze. Proprio nel momento in cui lo sviluppo economico e l’integrazione del continente sono più che mai necessari, l’Africa si vede trascinata verso la frammentazione e il conflitto. L’assenza di Stati nazionali forti fa sì che gli shock geopolitici abbiano un impatto molto più grave su un tessuto sociale già vulnerabile. Questo consente ad attori regionali e globali di sfruttare le divisioni esistenti. Data la competizione tra le vecchie potenze imperialiste e la Cina in ascesa, oltreché con attori regionali quali la Russia, la Turchia e le monarchie del Golfo, i conflitti locali si intrecciano sempre più con le grandi rivalità geopolitiche. Anche Stati come il Ruanda hanno cercato di promuovere i propri interessi strategici, intervenendo al di fuori dei confini e aggravando le tensioni esistenti. I vari conflitti che scuotono il continente (dal Sudan, al Sahel, alla Repubblica democratica del Congo) e l’acuirsi degli antagonismi sociali all’interno dei singoli paesi vanno in direzione della frammentazione degli Stati, dell’inasprimento degli antagonismi nazionali ed etnici e del crollo dell’autorità pubblica e dei servizi.
La frammentazione dell’Africa non è una novità. Anche il periodo liberale, che ha portato una relativa crescita economica nel continente, è stato segnato da guerre sanguinose e genocidi, dal Ruanda al Congo al Darfur. Ma i massicci aiuti imperialisti incanalati tramite le Ong nell’epoca del liberalismo vengono ora drasticamente ridimensionati. Invece che con gli aiuti, gli Usa rispondono alle crisi che colpiscono il continente con l’indifferenza, il saccheggio spudorato o il nudo ricorso alla forza. Il carattere dell’attuale frammentazione è quindi maggiore sia per estensione che per profondità.
La frammentazione del continente determina pericoli estremi. Ma la sua classe lavoratrice giovane, in crescita e iper-sfruttata custodisce un immenso potenziale rivoluzionario. Le contraddizioni che dividono e indeboliscono l’Africa rendono ancor più tangibile e urgente la necessità di un rovesciamento rivoluzionario dell’ordine neocoloniale e dell’unificazione del continente su nuove basi sociali.
Il Sudest asiatico tra l’incudine e il martello
La globalizzazione ha integrato il Sud-Est asiatico nelle catene di approvvigionamento internazionali come anello intermedio, dominato dai giganti manifatturieri stranieri, dipendente dai fattori produttivi cinesi e orientato ai mercati di consumo statunitensi. “Con la Cina per il commercio, con gli Stati Uniti per la sicurezza” era lo slogan dell’Asean. Oggi ciò significa trovarsi tra l’incudine e il martello. Gli Usa stanno tagliando le gambe alle economie della regione e ne smantellano le catene di approvvigionamento con l’obiettivo di strangolare la Cina. A preludio di ciò che sta per accadere, gli attacchi tariffari di Trump e la guerra contro l’Iran hanno già inferto colpi economici devastanti a una regione in cui gran parte della popolazione vive sull’orlo del baratro. Militarizzando il Sud-Est asiatico e incoraggiando l’espansione aggressiva delle forze giapponesi in tutta la regione per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti fanno aleggiare lo spettro della guerra mentre intensificano le minacce alla Cina. In tutto il Sud-Est asiatico si prepara il terreno per esplosioni sociali.
L’economia globale sull’orlo del baratro
Nonostante le crescenti tensioni geopolitiche, la struttura di fondo dell’economia mondiale ha dimostrato una straordinaria tenuta. Ma le stesse forze che ne hanno consentito la tenuta (a partire dalla straordinaria performance del mercato azionario statunitense) stanno generando nuove contraddizioni che minacciano di destabilizzare l’intero sistema. La stratosferica crescita di Wall Street è stata alimentata da stimoli fiscali e monetari a livelli inauditi, dagli enormi investimenti di capitale delle principali aziende tecnologiche e dalla frenesia speculativa che queste hanno indotto. È impossibile sapere esattamente quando questa dinamica avrà fine. Ciò che è certo è che la fine del boom speculativo incentrato sul settore tecnologico avrà profonde conseguenze sulla situazione mondiale. Già adesso le pressioni deflazionistiche e l’eccesso di capacità industriale della Cina contagiano il resto del mondo, primi possibili segnali di una crisi globale di sovrapproduzione capitalistica.
Lo scoppio della bolla finanziaria spazzerà via le montagne di capitale fittizio che mascherano il vero equilibrio delle forze internazionali, mettendo a nudo il marciume nel cuore dell’impero americano. Ma finché l’architettura di base dell’economia mondiale rimarrà intatta, gli Usa manterranno enormi vantaggi nel plasmare sia la risposta alla crisi sia il suo esito, il che consentirà loro di scaricare una quota significativa di questo fardello su altri Paesi.
Innanzitutto, possiamo aspettarci che la crisi imminente acceleri tutte le tendenze politiche esistenti e intensifichi gli attacchi capitalisti. Se ciò porterà a un’ulteriore deriva reazionaria o aprirà la strada a sviluppi rivoluzionari dipenderà soprattutto dalla risposta del proletariato internazionale. Da questo punto di vista, gli esiti dipendono dalla direzione e dall’organizzazione della classe operaia in ogni paese. Passiamo allora a questa questione politica.
PARTE II: LE DINAMICHE DELLA POLITICA MONDIALE
“La rottura dell’equilibrio tra il soggettivo e l’oggettivo è, generalmente parlando, la fonte essenziale del comico e del tragico, nella vita e nell’espressione artistica. La politica non si sottrare alle conseguenze di questa legge più di una qualsiasi altra attività. Gli uomini e i partiti sono ridicoli non in sé e per sé, ma per il loro atteggiamento di fronte ai fatti.
- Lev Trotsky, Storia della Rivoluzione russa (1930)
Morte del liberalismo e ascesa della reazione
I reazionari invadono il centro di Londra durante il corteo “Unite the Kingdom”, settembre 2025.
Lo status quo politico del periodo post-sovietico è andato in frantumi. Gli strumenti ideologici adeguati all’era post-sovietica dell’egemonia statunitense non corrispondono più alle esigenze delle potenze imperialiste odierne. Quando l’egemonia americana era incontrastata, gli Usa potevano permettersi il lusso della democrazia liberale in patria e all’estero, di finanziare le Ong e di proclamarsi paladini dei diritti umani, del libero scambio, del multiculturalismo, ecc. Questa strada è ormai chiusa. Al venir meno della loro egemonia, gli Usa devono passare all’offensiva. Non possono farlo in base ai valori e alle istituzioni liberali, che sono diventate un ostacolo ai lori obiettivi.
La morte del liberalismo non significa che un nuovo riallineamento della politica mondiale sia già stato sancito. La tendenza generale scatenata dall’offensiva dell’imperialismo americano è verso una crescente instabilità, reazione e conflittualità. Ma non stiamo andando dritti al patibolo. Vi è uno scarto tra i bisogni e gli obiettivi dell’imperialismo Usa e la sua reale capacità di conseguirli. La sua offensiva ha già provocato ogni genere di resistenza. Ma i vari contendenti e sedicenti sfidanti hanno già dimostrato la propria incapacità, consentendo agli Usa, nonostante il loro declino, di mantenere l’iniziativa e di plasmare la politica mondiale. Di conseguenza, ad abbattere l’ordine mondiale liberale è la destra imperialista insorgente e non un’ascesa proletaria o un’offensiva antimperialista.
I leader del Sud globale sono sempre più spinti a resistere alle vessazioni dell’imperialismo statunitense, ma sono legati dai propri interessi di classe e dal timore di mobilitare le masse e cercano compromessi e manovre invece di puntare allo scontro. Il Partito comunista cinese (Pcc), custode delle conquiste della Rivoluzione del 1949, sperpera l’energia e il potenziale rivoluzionario del gigantesco proletariato cinese aggrappandosi ai residui della globalizzazione e dell’ordine mondiale liberale. La maggior parte degli altri leader si sforza di stare in equilibrio tra le varie pressioni, anziché unirsi contro gli Stati Uniti. L’esempio più lampante è dato dal Brics+, un’alleanza priva di obiettivi strategici unificanti la cui forza è inferiore alla somma dei suoi singoli componenti.
Per quanto riguarda il movimento operaio, nella maggior parte dei casi i suoi dirigenti cercano disperatamente di sostenere lo status quo liberale che sta crollando sotto i loro occhi. Coloro che a sinistra sostengono di volere una rottura radicale, o addirittura una rivoluzione, sono generalmente lontani dai sentimenti autentici delle masse e si accontentano di astrazioni slegate dai compiti concreti della nostra epoca. L’assenza di un’opposizione proletaria indipendente all’imperialismo americano è il fattore più importante che determina gli sviluppi mondiali, sia nei centri imperialisti, sia nel mondo semicoloniale, sia nei vari movimenti di resistenza. Finché questa situazione non cambierà, l’erosione dell’egemonia statunitense continuerà a procedere in termini reazionari, aumentando l’oppressione delle masse anziché favorirne l’emancipazione.
Non vuol dire che forze non rivoluzionarie non possano infliggere battute d’arresto agli Stati Uniti. Ma saranno sempre parziali. Il problema decisivo della nostra epoca consiste nel forgiare una vera direzione proletaria. Possiamo cominciare a risolverlo solo con una valutazione realistica delle dinamiche politiche e la capacità di trarre i giusti insegnamenti dall’esperienza delle lotte contemporanee.
L’ascesa della destra populista in Occidente
La destra populista sta emergendo in tutto l’Occidente come la principale forza che si oppone allo status quo, da Trump e il movimento Maga negli Stati Uniti, al partito Reform in Gran Bretagna, fino all’AfD in Germania e a One Nation di Pauline Hanson in Australia. Sta guadagnando terreno sulla base di una convergenza tra le esigenze della strategia dell’impero americano e il diffuso rifiuto dello status quo liberale tra vasti strati popolari. Perciò le è sempre più facile incanalare la rabbia e il risentimento della classe operaia in un programma politico reazionario. Il segno più evidente di questa svolta a destra è che gli stessi partiti centristi fanno propri elementi della destra: in Gran Bretagna, il Partito laburista ha cambiato rotta sull’immigrazione, mentre i Democratici hanno abbandonato la precedente finzione di difendere i diritti dei neri e dei trans.
L’onda rosa si infrange in America Latina
Riunione dell’alleanza di sgherri latino-americani di Trump, 7 marzo.
Anche l’attuale avanzata dei governi di destra in America Latina nasce dal rifiuto dello status quo degli ultimi decenni. I governi populisti di sinistra, emersi durante l’Onda rosa degli anni 2000 grazie al sentimento antimperialista, stanno crollando l’uno dopo l’altro. Nonostante l’introduzione di varie riforme progressiste, questi regimi riformisti hanno frenato l’energia rivoluzionaria delle masse, spianando la strada a inevitabili ritirate e tradimenti. Oggi, a causa dell’incapacità di quella sinistra di garantire conquiste durature, l’insoddisfazione sociale viene intercettata dalle forze populiste filo-imperialiste di destra, anziché da un’avanguardia marxista armata del corretto bilancio storico dell’Onda rosa.
Il regime bolivariano in Venezuela è collassato al primo attacco militare sferrato dall’imperialismo Usa. L’assenza di una significativa sollevazione di massa contro la deposizione del presidente Maduro, unita al collaborazionismo con gli Usa dell’ex chavista Delcy Rodríguez, dimostra la profonda degenerazione del regime.
Vediamo una tendenza simile a Cuba, che già dal 1959 era un faro per gli oppressi e gli antimperialisti. Oggi la Rivoluzione cubana si trova a un bivio decisivo, mentre Trump inasprisce il feroce blocco economico statunitense. Ma anziché adottare una strategia rivoluzionaria e internazionalista per spezzare l’embargo, il Partito comunista di Cuba punta tutto sui negoziati, aprendo di fatto le porte alla restaurazione capitalista dell’economia. Questa linea non farà altro che rinvigorire l’imperialismo Usa e i gusanos, determinati a schiacciare una volta per tutte la Rivoluzione cubana.
Questo quadro presenta tuttavia delle contraddizioni. Il Messico e il Brasile conservano governi di sinistra; eppure, a fronte di un’opposizione solo verbale all’imperialismo statunitense, sia Lula in Brasile che Sheinbaum in Messico hanno fatto molti compromessi. Nel caso della Bolivia, l’insurrezione di massa contro il governo neoliberista di Rodrigo Paz ha aperto una reale opportunità di controffensiva. Ma la direzione della Centrale operaia boliviana ha siglato un patto con l’esecutivo ordinando lo smantellamento dei blocchi stradali, tradendo così le masse contadine e indigene. Ciò ha provocato una scissione tra il movimento operaio e quello contadino, indebolendo la loro capacità di lotta contro la borghesia boliviana e i suoi mandanti a Washington. Il regime di Paz dispone ora di un terreno fertile per intensificare l’offensiva contro le masse: ha già incarcerato i leader contadini, sferrato attacchi contro i sindacati e peggiorato le condizioni di vita. Questo esito non fa che rafforzare la morsa dell’imperialismo Usa sulla regione.
Il radicamento della destra in Asia meridionale
Le dinamiche in atto nei paesi dell’Asia meridionale sono un’anteprima di ciò che attende l’intero Sud globale. Schiacciati tra crescenti pressioni esterne e i giganteschi bisogni interni, i governi di paesi come l’India e il Pakistan ricorrono in misura sempre maggiore al nazionalismo confessionale, alla repressione e al bonapartismo per gestire le contraddizioni delle rispettive società e blindare il proprio potere.
In India, il Bjp ha consolidato il proprio potere statale grazie alle vittorie nelle recenti elezioni locali, favorite in parte da una massiccia epurazione delle liste elettorali. La sinistra si trova in uno stato di crescente irrilevanza: i comunisti, dopo aver alienato la propria base sociale per decenni, hanno perso anche la loro ultima roccaforte, mentre l’insorgenza maoista viene sistematicamente annientata dallo Stato. In Pakistan si assiste a un ulteriore rafforzamento della dittatura militare, impegnata a soffocare ogni forma di dissenso, che venga dalla sinistra, dal Kashmir o dall’ex primo ministro Imran Khan. Ma la capacità di sopportazione delle masse ha un limite. Con l’inizio di una fase di maggiore instabilità, crescerà la polveriera sociale accumulata alla base di queste società, minacciando di esplodere e di destabilizzare il dominio di questi regimi bonapartisti, come è avvenuto con le rivolte scoppiate nei vicini Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Le recenti mobilitazioni nel Kashmir occupato dal Pakistan e l’emergere del movimento studentesco in India incarnano questo medesimo potenziale.
Le occasioni mancate
Negli ultimi anni si sono presentate importanti opportunità che avrebbero potuto invertire la rotta, portando la classe operaia a fare il suo ingresso sulla scena politica come fattore capace di determinare gli eventi nazionali e internazionali. Ciò tuttavia non è avvenuto, né a fronte dell’aumento degli scioperi in Occidente all’indomani della pandemia di Covid-19, né con le insurrezioni della Generazione Z nel Sud globale. In ognuno di questi episodi è mancata una direzione pronta a capitalizzare in modo decisivo le ondate di mobilitazione, consentendo così alla classe dominante di riprendere l’iniziativa. In ciascuno di questi casi, l’ostacolo non è stata la mancanza di combattività delle masse, ma l’assenza di una direzione.
L’ondata di scioperi in Gran Bretagna (2022-23) e la lotta contro la riforma delle pensioni in Francia (2023) sono state portate alla sconfitta da dirigenti sindacali che non volevano inasprire il conflitto fino al punto necessario a piegare i rispettivi governi. Negli Usa, l’ondata di scioperi e le vertenze contrattuali del 2023 (Ups, Ilwu, Uaw e Hollywood), così come gli scioperi del 2024 della Boeing e del Sindacato internazionale dei portuali (Ila), si sono conclusi con concessioni salariali che hanno però lasciato irrisolte le altre cruciali questioni che avevano scatenato le lotte. Questa dinamica ha avuto l’effetto di frenare la lotta di classe. Se avessero ottenuto un successo, il proletariato ne sarebbe emerso come più forte, rivitalizzato e coeso, con maggior fiducia nella propria capacità di lottare e di vincere.
In Grecia, la lotta seguita al disastro ferroviario di Tempi avrebbe potuto cambiare il corso politico del Paese, offrendo il potenziale per ribaltare i rapporti di forza a favore del proletariato dopo la grave sconfitta del 2015. Ma il movimento operaio non è stato in grado di trarre vantaggio dal malcontento delle masse. Il Kke, la direzione del movimento operaio e la sinistra hanno capitolato davanti all’egemonia piccolo-borghese del movimento, che promuoveva una strategia “senza partiti né bandiere”, rifiutando ogni prospettiva di classe. La loro linea politica si è rifiutata di trasformare la rabbia delle masse in una lotta decisiva contro la sottomissione imperialista, che di quel crimine era la causa. Questa sconfitta ha ulteriormente indebolito e demoralizzato la classe operaia e gli oppressi.
Le recenti insurrezioni della Generazione Z sono state importanti esplosioni di malcontento, alimentate dal rapido deterioramento delle condizioni della gioventù nel mondo semicoloniale e da un profondo odio verso i loro governanti corrotti. Ma l’energia spontanea che le ha animate non è bastata da sola a migliorare le condizioni complessive delle masse. Alcune insurrezioni sono state schiacciate dalla repressione (Indonesia, Marocco, Perù), mentre altre hanno portato a governi di destra (Bangladesh, Nepal) e a un regime militare (Madagascar). Questi risultati derivano dall’assenza di una direzione politica coerente, capace di tracciare una rotta progressiva contro le classi dominanti e la sottomissione imperialista. Il fatto che le classi lavoratrici abbiano svolto un ruolo marginale in questi movimenti ne ha accentuato l’eterogeneità, lasciandoli vulnerabili alla repressione e alla cooptazione.
Protesta di massa guidata dalla KCTU a Seul dopo il tentativo dell’allora presidente Yoon Suk-yeol di imporre la legge marziale, 4 dicembre 2024. Lo striscione recita: “Dichiarazione del movimento di resistenza totale, azione di emergenza nazionale”.
Il colpo di Stato del dicembre 2024 tentato dall’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol è stato rapidamente respinto da mobilitazioni di massa guidate dai sindacati combattivi. Questa clamorosa sconfitta ha posto la classe operaia in una posizione di forza. La risposta all’agenda rabbiosamente filoamericana di Yoon Suk-yeol avrebbe potuto aprire una profonda spaccatura nell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, che costituisce la pietra angolare della reazione nel paese. Ma i dirigenti sindacali hanno tradito la lotta, incanalando la rabbia in un voto a favore del Partito democratico (una forza altrettanto filo-imperialista ma meno fanatica) e stabilizzando la situazione politica a vantaggio della classe dominante.
Gli ultimi rantoli della sinistra liberale
Sebbene la destra sia in ascesa a livello internazionale, la crescente instabilità e i fermenti globali continuano a produrre forme di resistenza di sinistra, che si rifanno ai modelli del periodo precedente. Tra i partiti politici, pensiamo in Gran Bretagna a formazioni come i Verdi e Your Party (già moribondo) a Die Linke in Germania e a La France Insoumise. Molti osservano questi movimenti e ne traggono un rinnovato senso di speranza: un atteggiamento che è tanto pericoloso quanto illusorio.
Ad alimentare questa “rinascita della sinistra” non è purtroppo una nuova ondata di combattività operaia, né un forte sostegno tra i lavoratori. Al contrario, la forza motrice di questi partiti è il palpabile senso di panico e disperazione diffuso tra ampi strati della piccola borghesia progressista, degli studenti di sinistra e delle minoranze, a buon diritto terrorizzate dalla prospettiva di governi di destra. Questi partiti e i loro leader rappresentano una reazione istintiva agli eventi mondiali, un aggrapparsi ad una versione più radicale del liberalismo di fronte all’incertezza e al caos. Riciclare i logori cliché del liberalismo proprio mentre l’ordine mondiale da cui nascevano sta scomparendo non è una ricetta per il successo, bensì per un disastro spettacolare.
È proprio questa loro natura a renderli impotenti e ad allontanare ulteriormente i settori più conservatori della classe operaia, rafforzando la destra nei rispettivi paesi: in Gran Bretagna i Verdi arretrano rispetto a Reform UK, in Germania Die Linke è ampiamente superata dall’AfD, e in Francia Mélenchon è dietro all’estrema destra. Ciò a cui stiamo assistendo non è una rinascita della sinistra, ma una tragicommedia prodotta dal divario crescente tra il deterioramento della situazione oggettiva e la totale inutilità degli elementi soggettivi con cui si pensa di rispondervi.
Coloro che sostengono che siamo di fronte ad una “rinascita della sinistra” citano anche il recente sciopero dei lavoratori italiani per la Palestina e il movimento del “Bloquons Tout” in Francia. Ma queste mobilitazioni non sono riuscite a strutturarsi in movimenti duraturi: sono finite sul nascere e non hanno modificato la traiettoria politica complessiva dei loro Paesi. In Francia, il Rassemblement National è sempre più vicino al Palazzo dell’Eliseo, mentre in Italia il governo Meloni non rischia seriamente di perdere il potere. In entrambi i casi, ciò a cui assistiamo è l’incapacità del sindacalismo radicale (che vanta una forte tradizione in entrambi i paesi) di fare i conti con il mutato quadro della situazione mondiale.
La sinistra americana scarica le politiche identitarie (ma non i Democratici)
Ritorno al 2008?
Il secondo mandato di Donald Trump ha provocato sviluppi significativi all’interno della sinistra statunitense. Sul piano elettorale, il socialdemocratico Zohran Mamdani è stato eletto sindaco di New York basando la sua campagna su una piattaforma puramente incentrata sui bisogni primari (“pane e burro”), esplicitamente modellata sul “socialismo fognario” del XX secolo. Nei fatti, questo programma si fonda sulla rimozione delle questioni sociali più esplosive, quali l’oppressione razziale e la brutalità poliziesca, segnando un netto allontanamento dall’era delle politiche identitarie. Esattamente come gli altri eletti dei Democratic Socialists of America (Dsa), Mamdani non ha perso tempo nello sferrare attacchi contro la classe operaia e le masse nere e latine. Ciononostante, la quasi totalità della sinistra ha acclamato la sua vittoria come un trionfo storico, giustificando i suoi tradimenti e rifiutandosi di ingaggiare una reale battaglia politica nei Dsa e nel movimento operaio per rompere con il Partito democratico.
In risposta al terrore scatenato dall’Ice nelle strade, ci sono state importanti e spesso eroiche lotte popolari. Il culmine delle mobilitazioni è stato a Minneapolis, all’indomani dell’assassinio di due manifestanti anti-Ice. Se da un lato queste lotte hanno dimostrato l’esistenza di una profonda opposizione popolare al programma totalitario di deportazione di Trump, dall’altro hanno evidenziato l’incapacità del movimento, finora, di scavalcare la direzione conservatrice delle burocrazie sindacali e del Partito democratico. Trump è stato costretto a ritirate temporanee, ma l’offensiva anti-immigrati non è stata bloccata.
L’Asse della Resistenza in un vicolo cieco
La resistenza opposta dalla Repubblica islamica all’offensiva militare degli Stati Uniti e di Israele ha alimentato l’illusione che questo regime teocratico-capitalista possa guidare la lotta contro l’imperialismo in Asia occidentale. Ma se la Repubblica islamica ha dimostrato di poter tenere testa agli Stati Uniti, ha anche provato di non essere né disposta né in grado di fare da fulcro di una vera resistenza antimperialista che sia in grado di cacciare gli Stati Uniti dalla regione.
Il ceto al potere in Iran ha tutto l’interesse a farlo, ma questo obiettivo viene dopo la salvaguardia della propria esistenza parassitaria. Di conseguenza, la sua resistenza all’aggressione straniera è tenuta sotto stretto controllo dell’apparato militare-burocratico, rifiutando categoricamente di fare appello alla lotta delle masse della regione. Inoltre, il regime dispotico della Repubblica islamica frammenta gli oppressi lungo linee nazionali, religiose e di genere, rendendo impossibile una lotta antimperialista unificata. Peggio ancora, la sanguinosa repressione del dissenso interno spinge ampi strati della popolazione tra le braccia della reazione monarchica filo-imperialista. Per sconfiggere l’imperialismo ed espellerlo dalla regione serve la più ampia unità delle masse, una condizione che non si può assolutamente realizzare sulla base della politica della Repubblica islamica.
La resistenza del popolo palestinese contro l’assalto genocida del sionismo è stata eroica. Ma questo fatto non va usato per mascherare l’impasse politica e strategica del movimento di liberazione. Il popolo palestinese ha subito una catastrofe sociale e umana di proporzioni inaudite: Gaza si trova in uno stato di totale devastazione, con Israele determinato ad annettere intere porzioni di ciò che ne rimane, mentre la situazione in Cisgiordania è più grave che mai. Questo scenario ha messo a nudo il fallimento della strategia di Hamas, fondata sull’illusione di potersi appoggiare sull’opinione pubblica liberale e sui regimi arabi per sconfiggere Israele anziché basarsi sulle masse dell’Asia occidentale in una lotta unita contro Israele, gli Stati Uniti e i regimi arabi collaborazionisti. In questa situazione di stallo della resistenza, Hamas sta sostanzialmente negoziando i termini del proprio disarmo, lasciando il movimento del tutto privo di una prospettiva strategica su come proseguire la lotta.
Il riflusso del movimento per la Palestina
Il genocidio a Gaza ha mobilitato milioni di persone, spingendo centinaia di migliaia di manifestanti a scendere in piazza nelle principali città del mondo per oltre due anni. Eppure, ciò non è bastato a fermare Netanyahu. In Occidente, il movimento è stato paralizzato dalla politica di indignazione moralistica liberale che ne ha dominato l’orizzonte, nonché dalla subordinazione a figure politiche come Rashida Tlaib negli Stati Uniti; quest’ultima ha condannato Israele, pur rimanendo una rappresentante di quello stesso Partito che stava consentendo il genocidio. Nei Paesi a maggioranza musulmana, quali l’Indonesia, la Malesia e la Turchia, i governi hanno sostenuto o persino organizzato le mobilitazioni di massa pur mantenendo intatto il proprio allineamento strategico con gli Usa.
Il movimento per la Palestina non ha fatto sua la prospettiva strategica di fondere i bisogni della classe operaia con la lotta di liberazione palestinese. Questo passaggio avrebbe imposto una reale pressione materiale sui governi, costringendoli a troncare il proprio sostegno o collaborazione con Israele. Invece, nella maggior parte dei Paesi, i cortei di massa per la Palestina sono stati ampiamente tollerati come eventi rituali per lasciar sfogare la rabbia. Al contrario, qualsiasi iniziativa che ha violato questa regola cercando di imprimere una direzione diversa, è stata relativamente isolata e brutalmente repressa dall’apparato statale. Oggi il movimento versa in uno stato di indebolimento. I rivoluzionari devono trarre un bilancio lucido da questo esito e lavorare per il suo riarmo politico.
Prepararsi ad attacchi, scosse e sconvolgimenti
Nel complesso, i rapporti di forza internazionali nel prossimo futuro non sono favorevoli al proletariato e agli oppressi. L’imperialismo Usa è all’offensiva, la destra in ascesa e nella maggior parte dei Paesi vi è un divario sempre più profondo tra la sinistra e la classe operaia.
Al momento, la demoralizzazione, l’apatia e una tendenza al riflusso e all’autoconservazione costituiscono la tendenza dominante nella classe operaia. Ma la lotta di classe non procede mai in linea retta. La destra populista sta capitalizzando lo scontento accumulato, incanalandolo con successo su binari anti-immigrati e altre derive reazionarie. Questo modello può funzionare per un certo periodo, ma è strutturalmente incapace di risolvere le contraddizioni di fondo che alimentano la crisi sociale. Coloro che si affidano alla destra sperando che mantenga le sue promesse (crescita economica, occupazione e un ritorno ai “bei tempi”) andranno incontro a un’inevitabile disillusione. Le classi lavoratrici saranno inevitabilmente spinte all’azione. La questione cruciale per i rivoluzionari è se questi futuri scontri si risolveranno in un rafforzamento delle forze politiche della classe operaia o, al contrario, in nuove sconfitte e in una deriva ancor più marcata verso la reazione imperialista.
Nel Sud globale, il sottosviluppo cronico e l’offensiva imperialista degli Stati Uniti stanno acuendo la crisi sociale e approfondendo l’instabilità. La combinazione di strangolamento imperialista, decomposizione interna e crescente malcontento esercita una pressione sempre maggiore sulle borghesie nazionali corrotte, spingendole verso la repressione, il bonapartismo e le divisioni scioviniste pur di impedire una lotta unificata delle masse. Il compito immediato dei rivoluzionari è una seria preparazione: devono sfuggire sia alla trappola del codismo nei confronti di ogni movimento spontaneo che esplode, sia alle astrazioni sulla lotta di classe “pura”. Il compito è quello di fondere le esigenze delle masse con la lotta per la liberazione nazionale dal dominio imperialista.
PARTE III: UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO
“Nessuno ha tracciato in anticipo la via dell’ascesa rivoluzionaria del proletariato. Su un cammino interrotto da inevitabili riflussi e ripiegamenti, dovremo avanzare fra innumerevoli ostacoli e sopra i detriti del passato. Chi ha paura si faccia da parte.”
- Lev Trotsky, “Costruire nuovi partiti comunisti e una nuova internazionale” (1933)
Combattere l’Impero americano!
L’imperialismo Usa è la forza che sta trascinando il mondo verso la barbarie. La lotta contro l’impero americano è il compito centrale per il proletariato internazionale e per tutti gli oppressi della Terra. Negli stessi Stati Uniti, la classe operaia è costretta a pagare i costi delle ambizioni globali della propria classe dominante col militarismo, l’austerità e l’attacco frontale alle proprie condizioni di vita. In tutti i Paesi imperialisti e nelle semicolonie allineate agli Usa, le classi dominanti restano profondamente sottomesse all’ordine globale esistente. L’opposizione all’alleanza con gli Usa, che si tratti della fedeltà alla Nato e dell’atlantismo in Occidente, della corsa al riarmo del Giappone o del Quadrilateral Security Dialogue nell’Oceano Indiano, è inscindibile dalla lotta contro le classi dominanti di questi Paesi.
In Ucraina, i soldati vengono mandati al macello nell’interesse degli imperialisti occidentali e dei loro fantocci di Kiev. Nei paesi neocoloniali e negli Stati operai sottoposti a sanzioni, pressioni economiche o minacce militari, la lotta contro l’oppressione nazionale e sociale spingerà milioni di persone a mobilitarsi, ponendo all’ordine del giorno il rovesciamento del dominio imperialista e delle rispettive borghesie nazionali. Ovunque nel mondo, la lotta contro l’imperialismo americano è la base oggettiva per unificare i lavoratori al di là delle frontiere e per forgiare una direzione rivoluzionaria internazionale, capace di sfidare l’ordine globale esistente.
Per una strategia proletaria contro l’imperialismo Usa!
Protesta contro le basi militari Usa a Manila, 4 luglio.
I rivoluzionari devono costruire la più intransigente opposizione all’impero americano. Ma la questione decisiva è di stabilire quale strategia politica e quali metodi di lotta siano realmente capaci di sconfiggerlo in modo progressivo. L’emancipazione dell’umanità dalla barbarie non dipende dalla vittoria di una classe dominante rivale o di un blocco geopolitico su un altro ma dal trionfo rivoluzionario del proletariato internazionale. I mezzi e i metodi della lotta antimperialista sono inseparabili dai suoi fini: sono ammissibili esclusivamente quei mezzi che sviluppano l’indipendenza politica e l’unità delle masse lavoratrici; qualsiasi scelta contraria non fa che approfondire le divisioni nazionali, rafforzare le classi dominanti e, di conseguenza, indebolire la lotta contro l’imperialismo.
È questo l’errore decisivo del “campismo”. Esso nega l’indipendenza del proletariato come filo conduttore della lotta antimperialista e sostiene qualsiasi forza si opponga agli Stati Uniti e ai loro alleati, a prescindere dalla sua natura di classe o dalle sue linee politiche. Secondo questa logica, Stati come la Russia, la Repubblica islamica dell’Iran o alleanze come i Brics+ vengono considerati poli progressisti di resistenza solo perché rappresentano una sfida all’egemonia statunitense. La logica del male minore finisce per giustificare i crimini e l’oppressione perpetrati da tali forze, con il pretesto che indebolirebbero il nemico.
Le conseguenze di questo metodo sono disastrose. Ad esempio, schierarsi con la Russia nella guerra in Ucraina per il fatto che sta combattendo contro un fantoccio della Nato, significa accettare e legittimare l’oppressione nazionale del popolo ucraino come male minore nella lotta contro l’imperialismo Usa. Questa posizione divide ulteriormente la classe operaia dell’Europa orientale, incatenando i lavoratori ai rispettivi governanti e ostacolando la loro unità rivoluzionaria contro i veri responsabili della situazione nella regione: gli Usa, l’Unione europea e la Nato. La stessa cosa vale per l’Iran, dove il sostegno politico alla Repubblica islamica in funzione anti-Usa respinge le masse curde e le altre minoranze oppresse, facilitando il gioco delle forze filo-imperialiste che possono accreditarsi come via di salvezza da un regime oppressivo, approfondendo le divisioni e rafforzando la presa dell’imperialismo nella regione. In entrambi i casi, è indispensabile schierarsi contro l’imperialismo Usa, proponendo al contempo una strategia proletaria.
Per la liberazione nazionale sotto la bandiera del comunismo!
L’offensiva dell’imperialismo americano sta soggiogando e devastando sempre più i paesi del Sud globale, conferendo maggior urgenza alla lotta di liberazione nazionale. I rivoluzionari devono opporsi al saccheggio economico e militare perpetrato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, le cui guerre, sanzioni e ricatti gettano nel caos le nazioni oppresse. Bisogna schierarsi al fianco delle forze che si trovano direttamente sotto il fuoco dell’imperialismo, dalla Palestina, all’Iran e a Cuba. L’opposizione intransigente all’oppressione nazionale, ovunque essa si manifesti, è una precondizione cruciale per unire il proletariato internazionale contro l’imperialismo.
La cosa decisiva è lottare per la direzione del movimento di liberazione nazionale, in opposizione alla borghesia nazionale, la quale pretende falsamente di rappresentare gli interessi dell’intera nazione e strumentalizza il nazionalismo per consolidare la propria autorità. In quanto classe sfruttatrice, la borghesia cercherà inevitabilmente di frenare, deviare o reprimere la mobilitazione indipendente delle masse per preservare il proprio potere, finendo così per tradire la lotta contro l’imperialismo. I rivoluzionari devono smascherarne le esitazioni radicalizzando la lotta antimperialista.
Nel movimento marxista e antimperialista si contrappongono due tendenze egualmente errate. La prima rifiuta le lotte di liberazione nazionale bollandole come intrinsecamente borghesi, proclamando in modo astratto la rivoluzione socialista e abbandonando così le reali aspirazioni delle masse; in questo modo, non è in grado di adoperare le aspirazioni nazionali delle masse come leva della lotta contro l’imperialismo, consegnando di fatto il popolo alla direzione dei nazionalisti. La seconda tendenza si accoda alla borghesia nazionale, soprattutto alle sue frazioni radicali o antimperialiste, incatenando allo stesso modo le masse alle forze nazionaliste e abbandonando i gruppi oppressi alla manipolazione da parte delle potenze filo-imperialiste. Entrambe abdicano al compito fondamentale: costruire la guida proletaria della lotta per la liberazione nazionale.
Per un’alleanza tra operai e contadini!
Il dominio coloniale diretto o neocoloniale fanno sì che le questioni democratiche restino un tratto distintivo irrisolto del mondo semicoloniale. Prima fra tutte è la questione agraria: il destino di milioni di contadini poveri, braccianti senza terra e salariati agricoli. Questi strati sociali sono tra le prime vittime dell’offensiva sferrata dall’imperialismo americano contro le semicolonie. L’incessante corsa del capitale finanziario al controllo delle risorse naturali, l’espansione dei monopoli dell’agrobusiness, la speculazione fondiaria e l’impennata dei prezzi indotta da crisi e guerre stanno ulteriormente rovinando questo segmento della popolazione.
La classe operaia urbana, spesso legata direttamente alle campagne da vincoli di parentela, si trova anch’essa sotto attacco e ha un interesse materiale a difendere le masse rurali e l’intera nazione da un ulteriore assoggettamento. L’unica forma di resistenza efficace è la costruzione di un’alleanza tra gli operai e i contadini poveri, per difendere insieme le proprie condizioni di vita. Il compito dei rivoluzionari è costruire questa alleanza come strumento per portare avanti la lotta antimperialista, smascherando al contempo l’impotenza delle borghesie nazionali di fronte all’offensiva Usa.
Difendere la Cina! Abbasso i burocrati del Pcc!
Il presidente XI accoglie la banda genocida di Trump con tutti gli onori, 14 maggio.
La difesa della Cina sarà un banco di prova decisivo per i rivoluzionari nel prossimo periodo, proprio come lo fu per gran parte del Ventesimo secolo la difesa dell’Unione Sovietica. Per capire la realtà della Cina bisogna partire dalla rivoluzione del 1949: anche se molte delle sue conquiste storiche sono state fortemente erose, le fondamenta sociali create dalla rivoluzione non sono state rovesciate. L’Esercito popolare di liberazione, che annientò le vecchie classi dominanti, rimane l’apparato armato dello Stato sorto dal processo rivoluzionario. Per l’imperialismo Usa, la cui egemonia globale è sempre più minacciata dall’ascesa cinese, la controrivoluzione in Cina è diventata una necessità strategica. Di conseguenza, la difesa della Cina è inseparabile dalla lotta contro l’imperialismo Usa.
Il crollo dell’Unione Sovietica ha dimostrato che l’abbattimento di un ordine sociale proletario non si limita a trasformare un singolo paese, ma ridefinisce i rapporti di forza su scala globale. La vittoria dell’imperialismo americano sull’Urss ha inaugurato un’epoca di dominio senza precedenti, consentendo a Washington di proiettare quasi indisturbata la propria potenza. Una sconfitta in Cina rappresenterebbe una svolta storica ancor più grave: la distruzione e la subordinazione di una delle più grandi concentrazioni di forze produttive del pianeta, aggravando drasticamente le condizioni dei lavoratori a livello internazionale. La partita non riguarda dunque soltanto il destino della Cina, ma quello del proletariato mondiale. Rifiutare di difendere la Cina o, peggio, equipararla agli Stati Uniti non può che rafforzare l’offensiva dell’imperialismo e accelerare la discesa verso la barbarie.
La difesa della Cina non può tuttavia essere in alcun modo scissa dall’indipendenza politica del proletariato. Difendere la Cina non significa concedere alcun sostegno politico alla burocrazia del Pcc, la quale ha ripetutamente dimostrato di cercare il compromesso e l’adattamento all’ordine imperialista, anziché fare affidamento sulla classe operaia internazionale per combatterlo. Al contrario, il Pcc aliena attivamente i lavoratori degli altri paesi con le sue politiche nazionaliste in campo militare, politico e commerciale. La difesa della Cina deve pertanto essere saldata alla lotta contro la burocrazia del Pcc, il cui dominio impedisce alla classe operaia di ergersi a forza decisiva per difendere ed estendere le conquiste della rivoluzione.
Rompere il Fronte popolare!
Davanti all’ascesa delle destre, una tendenza sempre più marcata all’interno della sinistra insegue alleanze elettorali e politiche con forze “progressiste” per arginare la reazione, sacrificando l’indipendenza di classe. È la logica del Fronte popolare, che incatena il movimento operaio all’ala liberale della borghesia. Così facendo, si impedisce alla classe operaia di condurre una lotta indipendente contro le fondamenta materiali della reazione di destra.
Il bilancio storico del Fronte popolare parla da sé: non ha mai fermato la reazione. Nella migliore delle ipotesi, ne ritarda temporaneamente l’avanzata, consentendole però di riaffermarsi in un secondo momento con una forza ancor più devastante. In Francia, le ripetute alleanze del “fronte repubblicano” non hanno minimamente arrestato la deriva a destra del paese e oggi l’estrema destra è più vicina che mai al potere. In India, la coalizione tra il Partito del congresso, i partiti comunisti e altre formazioni borghesi non ha scalfito il consolidamento del Bjp. La lezione della storia è inequivocabile: non si può sconfiggere la destra alleandosi alle forze politiche che hanno contribuito alla sua ascesa.
Il compito dei rivoluzionari è spezzare il Fronte popolare. Non basta condannarlo: bisogna dimostrare concretamente agli operai e alle masse oppresse come le alleanze con la borghesia siano deleterie per i loro interessi. Ciò richiede l’intervento attivo dei rivoluzionari per promuovere delle tattiche rivolte a formazioni come i Dsa negli Usa, il partito di Mélenchon in Francia o i partiti comunisti in India, per accentuare le contraddizioni tra le aspirazioni della base e la strategia senza via d’uscita dei dirigenti. La rinuncia a battersi per questa prospettiva equivale a lasciare la classe operaia e la sinistra nelle mani del nemico di classe.
Per il Fronte unico!
L’ascesa della reazione di destra si è tradotta in un inasprimento della repressione statale contro gli attivisti di sinistra, oltre che in una proliferazione di attacchi e provocazioni di stampo fascista. Più in generale, dinanzi all’aggressione imperialista, agli assalti contro le condizioni di esistenza e i diritti democratici, il movimento socialista e operaio si presenta spesso frammentato e debole. Per contrastare questa tendenza, i comunisti devono farsi promotori del Fronte unico. L’obiettivo del Fronte Unico dev’essere quello di unire le forze più ampie possibili in una lotta condotta nell’interesse del proletariato.
Ma anche questo concetto così semplice è fonte di grande confusione a sinistra. Molte organizzazioni socialiste ritengono opportunista formare qualsiasi blocco con forze non rivoluzionarie e lasciano gli oppressi divisi di fronte agli attacchi. D’altro canto, è anche prassi comune tra i sedicenti socialisti giustificare accozzaglie opportuniste in nome del fronte unico. Di norma, avviene erigendo la tattica del fronte unico (la necessità di mobilitare le forze più ampie) al di sopra della strategia che essa dovrebbe servire. Come spiegò Trotsky:
“Marciare separati, ma colpire uniti! Accordarsi solo su come colpire, chi colpire e quando colpire! Un simile accordo può essere concluso con il diavolo in persona, con sua nonna e persino con Noske e Grzesinski. A una sola condizione: non legarsi le mani.” (“Per un fronte unico operaio contro il fascismo”, 8 dicembre 1931)
Di conseguenza, l’accordo di fronte unico può essere formato con qualsiasi forza politica, dalle burocrazie sindacali fino ai politici borghesi, a patto che serva una causa specifica nell’interesse del movimento operaio: respingere un attacco fascista, fare una campagna per la liberazione di attivisti incarcerati, difendere uno sciopero o lottare contro gli attacchi alle condizioni di vita. Questo include, come elemento cruciale, l’unità d’azione con le forze nazionaliste e con la resistenza contro specifici attacchi imperialisti: il fronte unico antimperialista.
Lo scopo cruciale del fronte unico risiede nella possibilità per i comunisti di dimostrare, sul terreno dell’azione, la superiorità della strategia rivoluzionaria nello spingere in avanti persino le lotte più parziali della classe operaia, in aperta contrapposizione alle strategie liberali e legalitarie degli elementi borghesi e non rivoluzionari.
Unire gli oppressi, scaricare i liberali!
Mentre il Sudafrica era percorso da rivolte anti-immigrati (a sinistra), la Conferenza della Sinistra guidata dal Sacp cercava l’amicizia del MK Party, sostenitore dei raduni xenofobi. Spartacist/Sudafrica si è battuto contro questa capitolazione.
Il crollo dell’ordine liberale e l’ascesa delle destre stanno esasperando gli antagonismi sociali in seno alla classe operaia. Le divisioni tra lavoratori immigrati e autoctoni, tra neri e bianchi, tra uomini e donne, così come le controversie su questioni come i diritti trans, vengono sempre più usate come armi contro gli oppressi. La destra canalizza la rabbia prodotta dal declino sociale contro le minoranze, mentre i liberali rispondono con appelli moralistici e con le politiche identitarie, finendo per irrigidire ulteriormente queste stesse divisioni. Nei paesi semicoloniali, tali polarizzazioni sfociano spesso in conflitti etnici e massacri. I rivoluzionari devono battersi per superare queste divisioni e costruire l’unità necessaria a potenziare la lotta delle masse.
L’unità dev’essere costruita dimostrando che la difesa degli oppressi è interesse materiale dell’insieme della classe operaia. I pregiudizi reazionari e lo sciovinismo minano la lotta contro la classe dominante mettendo diversi settori della classe operaia gli uni contro gli altri. Ad esempio, la polarizzazione contro gli immigrati e i profughi in Paesi che vanno dalla Gran Bretagna fino al Sudafrica nasce dal declino sociale: dalla scarsità di posti di lavoro, dal collasso dei servizi sociali e dal peggioramento delle condizioni di esistenza. La responsabilità di questa situazione non è degli immigrati ma delle classi dominanti che hanno lasciato marcire la società per i propri interessi. La soluzione risiede nella lotta unificata di tutti i lavoratori contro la classe dominante.
Tuttavia, gran parte della sinistra marxista o denuncia le idee reazionarie e i loro sostenitori senza una strategia per sottrarre loro i lavoratori, oppure adotta l’economismo, mettendo in secondo piano le lotte specifiche dei gruppi oppressi a favore delle rivendicazioni economiche. Nel primo caso si lasciano i lavoratori sotto l’influenza della reazione; nel secondo si mantengono intatte le divisioni e si spingono le minoranze tra le braccia dei liberali. I rivoluzionari devono respingere entrambi gli errori e mostrare come la classe operaia debba difendere la causa di tutti gli oppressi per portare avanti la propria emancipazione.
Trasformare i sindacati in organi rivoluzionari!
La classe operaia sta entrando in un periodo di crescenti attacchi al proprio tenore di vita, ai propri diritti e alle proprie organizzazioni. Ma i sindacati affrontano questo periodo indeboliti da decenni di sconfitte e dalla linea di collaborazione di classe delle burocrazie. Di fronte a ciò, i rivoluzionari devono lottare all’interno dei sindacati per una direzione basata sulla lotta di classe.
Ciò significa intervenire in ogni battaglia sui salari, sulle condizioni di lavoro e sui diritti democratici, collegando queste lotte alla più ampia lotta contro il capitalismo e l’imperialismo. Significa anche superare i ristretti limiti di categoria e organizzare gli strati di lavoratori non sindacalizzati. Solo attraverso tali lotte concrete è possibile sconfiggere l’influenza dei vertici sindacali e trasformare i sindacati in veri strumenti di resistenza proletaria. Purtroppo, gran parte della sinistra rivoluzionaria non agisce in questo senso nei sindacati. Laddove esercita una qualche influenza, il suo lavoro è viziato dalle piaghe gemelle dell’opportunismo e dell’estremismo.
L’opportunismo consiste nell’adattarsi ai vertici sindacali esistenti, nel sostenere i burocrati “di sinistra” o nel chiedere semplicemente alla burocrazia attuale di essere più militante. Questo sostituisce la pressione sulla burocrazia alla lotta per cacciarla su basi rivoluzionarie. Lo stesso succede quando le forze di sinistra prendono il controllo degli apparati sindacali ma mantengono i metodi burocratici, oppure quando il lavoro sindacale si riduce alle sole rivendicazioni economiche immediate, evitando le lotte politiche necessarie per unire la classe contro le divisioni di razza, nazionalità e genere. L’estremismo cade nell’errore opposto: o sostituisce uno scontro avventurista al lavoro paziente di costruzione di un’opposizione alla burocrazia, o si astiene del tutto dai sindacati perché controllati dalla burocrazia. Sia attraverso l’adattamento che l’abbandono, queste deviazioni lasciano intatto il potere della burocrazia e rafforzano le forze responsabili delle sconfitte della classe operaia.
PARTE IV: IL COMPITO DEL RAGGRUPPAMENTO RIVOLUZIONARIO
“L’azione di massa di solito mette in secondo piano le differenze di opinione secondarie ed episodiche e favorisce la fusione di tendenze vicine. Al contrario, nei periodi di riflusso i raggruppamenti ideologici tendono sempre alle divisioni nette, alle scissioni e alle lotte intestine. Non possiamo scavalcare l’epoca in cui viviamo. Dobbiamo attraversarla. Una distinzione ideologica chiara e precisa è sicuramente necessaria. Essa fornisce le basi del successo futuro”.
- Lev Trotsky, “I raggruppamenti nell’Opposizione comunista”, 31 marzo 1929
Il movimento marxista non è preparato agli sconvolgimenti che si profilano all’orizzonte. È piccolo, frammentato in moltissimi gruppi in lotta tra loro e sempre più isolato dalle classi lavoratrici. Questa crisi non è semplicemente il risultato di condizioni sfavorevoli, ma innanzitutto di un disorientamento politico: l’incapacità nel periodo precedente di costruire un’opposizione rivoluzionaria all’ordine mondiale liberale, che fa sì che oggi la destra può trarre vantaggio dal risentimento contro l’ordine liberale.
Mentre gli Stati Uniti fanno a pezzi il vecchio status quo e perseguono un riallineamento reazionario, la sinistra è impantanata nel disorientamento riguardo alle dinamiche fondamentali che plasmano gli eventi mondiali. Alcuni settori proclamano che l’egemonia statunitense sia già crollata e mettono la Cina e la Russia sullo stesso piano degli Stati Uniti. Altri commettono lo stesso errore, acclamando però la Cina e la Russia come eroi antimperialisti. Sul piano politico, la stragrande maggioranza della sinistra nega o minimizza le sconfitte subite dal proletariato internazionale negli ultimi anni, giustificando i tradimenti dei dirigenti traditori e valutando in modo completamente sbagliato i rapporti di forza tra le classi per le battaglie a venire. Di conseguenza, molti prevedono grandi successi a breve scadenza per i marxisti. Come per i mercati azionari, anche queste illusioni svaniranno scontrandosi con la realtà.
Non pretendiamo di aver risolto la crisi della sinistra, né di avere tutte le risposte; sarebbe da stupidi. Ma abbiamo proposto alcuni elementi cruciali per l’analisi e per il programma marxista nel periodo a venire. Abbiamo cercato di delineare i compiti urgenti di questa epoca: organizzare la lotta contro l’imperialismo americano senza abbandonare l’indipendenza proletaria; combattere la reazione di destra senza subordinare i lavoratori alle forze liberali; lottare per la liberazione nazionale e unire le lotte degli oppressi con una prospettiva di classe rivoluzionaria. Abbiamo radicato questo approccio in un’analisi concreta degli sviluppi mondiali. È attorno a queste linee che puntiamo a raggruppare il movimento marxista.
Il raggruppamento richiede un lavoro paziente di chiarimento programmatico e teorico. Ma non basta. I rivoluzionari devono cercare di far avanzare le lotte concrete delle masse in una direzione che corrisponda agli interessi indipendenti dell’intera classe operaia, smascherando i tradimenti dei dirigenti e dimostrando nella pratica la necessità di un programma rivoluzionario. Attraverso questo processo si possono gettare le basi per il chiarimento politico e l’unificazione. Solo così il movimento potrà superare il conservatorismo, il burocratismo e il settarismo. Solo così potremo forgiare una direzione rivoluzionaria all’altezza della nostra epoca.

