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Il seguente articolo è stato pubblicato nel supplemento di Spartacist (ed. inglese) del 13 novembre 2025 col titolo “The World at a Turning Point”.

Dove va il mondo? Siamo di fronte ad “una catena mondiale di movimenti di massa, insurrezioni, rivolte e rivoluzioni”, come sostiene l’Internazionale comunista rivoluzionaria (Icr)? Oppure “la Terra di Lincoln... è stata trasformata da Trump e dai suoi arroganti satrapi nella terra di un aspirante Führer”, come ritiene il Socialist Equality Party? O entrambe le cose e “nei prossimi mesi potremmo assistere a un processo combinato di guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni che potrebbe inaugurare una situazione mondiale pre-rivoluzionaria o addirittura rivoluzionaria” (Tendenza internazionale comunista rivoluzionaria). I trotskisti non sono gli unici ad avere opinioni contrastanti sulla direzione in cui andiamo. Ovunque ci sono commenti sulla “ascesa del fascismo”, sul “crollo del dollaro”, “le bolle azionarie”, “la rivoluzione dell’intelligenza artificiale” e “la guerra mondiale”. Non c’è un quadro chiaro e regna la confusione.

Ma la ragione di tutta questa confusione è che il mondo si sta avvicinando rapidamente a un punto di svolta decisivo e come nella quiete prima della tempesta i segnali sono contrastanti. Ma la domanda rimane: dove stiamo andando? Per rispondere da marxisti non possiamo limitarci a saltare di titolo in titolo o affidarci ai sondaggi d’opinione. Dobbiamo comprendere le dinamiche interne degli eventi mondiali e distinguere le correnti dominanti dalle controcorrenti secondarie. Questo metodo non esclude errori o eventi inattesi, ma è l’unico modo per non lasciarsi travolgere dall’impressionismo.

Noi della Lega comunista internazionale crediamo che questa sia l’alba di un periodo reazionario di offensiva capitalista, in cui le condizioni di vita dei lavoratori saranno attaccate su una scala mai vista da decenni. Ciò non significa che sarà una battaglia a senso unico, che dovremo restare a guardare e arrenderci. Al contrario. Servono ferrea determinazione, azioni difensive e una seria preparazione. Maggiore è la resistenza, più velocemente la classe operaia potrà tornare all’offensiva. Ma per farlo in modo efficace, i lavoratori avanzati e il movimento socialista devono capire con chiarezza il ritmo e la direzione di marcia degli eventi.

Purtroppo, come si intuisce dagli esempi precedenti, la maggior parte dei militanti di sinistra ha una visione del mondo totalmente in contrasto con la realtà, specialmente per quanto riguarda gli umori dominanti nella classe operaia. La maggior parte di loro va a sinistra, incitando a scioperi generali e rivolte, proprio mentre il mondo si sposta a destra. Per evitare un doloroso scontro con la realtà, i comunisti devono togliersi i paraocchi settari e studiare e discutere seriamente l’attuale situazione mondiale.

PARTE I: LE PRINCIPALI TENDENZE DELLA POLITICA MONDIALE

Per capire cosa succede bisogna partire dall’inizio. Il fattore principale che influenza la politica mondiale è il crescente divario tra il ruolo dominante degli Stati Uniti sulla scena mondiale e il declino del loro potere economico. Il dominio incontrastato degli Stati Uniti negli anni Novanta e Duemila ha garantito un ordine globale oppressivo ma stabile. Con l’indebolirsi della forza centripeta degli Usa, si moltiplicano i conflitti regionali, l’economia globale vacilla e i dirigenti americani stracciano le vecchie regole nel disperato tentativo di mantenere la loro posizione. È qui che entra in scena Donald Trump.

Ma allora cosa diavolo vuole Trump?!

Nell’ultimo anno Trump ha scosso la politica mondiale, attaccando amici e nemici. C’è una logica nelle sue azioni o sono totalmente incoerenti? Molti commentatori hanno riflettuto su questa domanda. La risposta è difficile perché entrambe le affermazioni sono vere. Trump è un idiota senza un piano preciso, ma un idiota con un forte istinto di classe. Sa che gli Stati Uniti hanno a loro disposizione un’enorme forza bruta e che devono prendere misure drastiche per fermare il declino. Quindi, da buon palazzinaro, ricatta e minaccia per trarne il massimo vantaggio. Colpisce e aspetta di vedere la reazione. Se capisce di aver fatto il passo più lungo della gamba, fa retromarcia. Se percepisce una debolezza, affonda. È un metodo caotico ma gli ha consentito di strappare concessioni ai paesi dipendenti del Sud globale e agli alleati degli Stati Uniti. Invece si è rivelato inutile per contrastare la Russia e la Cina, che hanno i mezzi per rispondere alle minacce americane.

Il problema di Trump è che, nonostante la forza dello Stato americano, non può rimodellare a suo piacimento l’economia globale. Né può ribaltare decenni di relativo declino economico, almeno non subito. Questo spiega perché molte cose sono rimaste come erano, nonostante le buffonate di Trump. In fondo sono le forze oggettive, l’economia e l’esito delle guerre, a guidare la storia. A meno di una guerra nucleare, non c’è nulla che Trump possa fare per ribaltare la vittoria della Russia in Ucraina. E non è neppure in grado di strangolare l’economia cinese con i dazi.

Otto von Bismarck una volta disse: “Un uomo di stato deve aspettare fino a quando sente i passi di Dio rimbombare attraverso gli eventi, poi saltare su ed afferrare il lembo del suo vestito.” Trump sta ad aspettare e si aggrapperebbe anche a un capello. Ma all’orizzonte si profilano vasti sconvolgimenti e mentre la storia scorre impetuosa, Trump ha in mano il timone dello Stato più potente del mondo. Per questo la corrente politica che rappresenta, l’aggressivo populismo di destra di una borghesia imperialista in declino, giocherà probabilmente un ruolo di primo piano nel rimodellare l’ordine mondiale.

La Cina non sta prendendo il controllo del mondo

E la Cina? Non è destinata a svolgere un ruolo cruciale nei prossimi scossoni del sistema globale? La Cina e il suo ruolo sulla scena globale sono uno dei fattori più importanti ma meno compresi della politica mondiale. Molti vedono nella Cina una superpotenza in ascesa intenzionata a soppiantare gli Stati Uniti. Alcuni pensano che sarebbe un bene, altri inorridiscono. Sbagliano tutti. Se è vero che l’ascesa economica e sociale della Cina è stata fenomenale e che la Cina sfida il dominio statunitense in molti settori, il Partito comunista cinese (Pcc) non vuole scontrarsi con il sistema imperialista statunitense. Vive anzi nell’illusione di poter continuare il suo graduale sviluppo all’interno di questo sistema ostile.

Non serve un’analisi completa dello Stato cinese (vedi “La natura di classe della Cina”, Spartacist n. 69, agosto 2024) per capire che qualcosa non quadra nella narrazione di una Cina aggressiva e in ascesa. Se la Cina è la giovane e dinamica pretendente al trono del dominio mondiale, perché sono gli Stati Uniti e non la Cina a ricattare e attaccare tutti i paesi della Terra? Perché la Cina non ha creato un’alleanza contro gli Stati Uniti? Perché non inonda l’Iran, il Venezuela e la Palestina di sistemi d’arma moderni per respingere l’aggressione imperialista? Invece no: il Partito comunista cinese continua a parlare di cooperazione a vantaggio di tutti e di preservare l’ordine multilaterale, mentre gli Stati Uniti, che ne sono il garante principale, lo fanno a pezzi.

I difensori del Pcc e i sostenitori dei Brics dicono spesso che la Cina si sta comportando in modo intelligente non sfidando direttamente gli Stati Uniti e che sta lentamente ma inesorabilmente costruendo le fondamenta di un nuovo ordine economico multipolare. Questo punto di vista è sbagliato per due motivi. In primo luogo, nega che esista una relazione di fondamentale antagonismo tra il regime sociale cinese, nato da una rivoluzione anticapitalista, e l’economia capitalista mondiale. A lungo andare, le relazioni economiche capitalistiche, interne e internazionali, non favoriranno il “socialismo con caratteristiche cinesi” del Pcc, ma lo mineranno e lo distruggeranno. Il secondo errore è pensare che gli Stati Uniti si scaveranno la fossa da soli, consentendo l’ascesa della Cina. Così si minimizza il pericolo rappresentato dall’impero statunitense in decadenza. Se nessuno li contrasta, gli Stati Uniti spargeranno miseria, caos e guerre a scala incalcolabile. La Cina non può restarne immune. Il suo sviluppo e quello dell’umanità richiedono la fine più veloce possibile dell’impero americano.

Se si guarda la situazione mondiale con un minimo di obiettività, è evidente che la Cina sta giocando un ruolo conservatore, mosso dalla paura di scontri e conflitti, mentre sono gli Stati Uniti il principale fautore degli squilibri e del caos. Non è certo il modo di operare tipico di una potenza imperialista in ascesa. Al contrario, è proprio il modo in cui agiva uno Stato operaio governato burocraticamente come l’Unione Sovietica. Senza dubbio la Cina svolgerà un ruolo chiave nel prossimo periodo di turbolenza politica mondiale. Ma a causa della sua natura politica conservatrice, il Pcc continuerà a giocare un ruolo di secondo piano rispetto a Trump, reagendo agli eventi invece di forgiarli.

Rivoluzioni della Gen Z?

Per la maggior parte della sinistra, la crescente marea reazionaria è accompagnata da una marea simmetrica di lotte popolari crescenti. L’Icr parla di un “settembre rosso” e di una “gigantesca svolta della situazione mondiale". Questa analisi ottimistica si basa in gran parte sull’ondata di rivolte nel mondo semicoloniale che sono state definite “Rivoluzioni della generazione Z”. Negli ultimi mesi, Paesi come Nepal, Indonesia, Madagascar, Marocco, Perù e Tanzania hanno visto esplodere il malcontento.

Ogni movimento ha avuto le sue dinamiche politiche specifiche. Ma tutti sono stati causati fondamentalmente dal peggioramento delle condizioni dei giovani in un mondo in cui la mobilità sociale e lo sviluppo sembrano irraggiungibili. In passato, l’ordine americano favoriva le illusioni di progresso economico e democratico e usava come valvola di sfogo l’emigrazione e i soldi delle Ong. Ma ormai questo è un capitolo chiuso. Scomparse le speranze in un futuro accettabile, l’esplosione sociale è diventata l’unica valvola di sfogo.

Le recenti rivolte sono state accolte da una massiccia repressione (Indonesia, Marocco, Perù, ecc.) e nel caso del Madagascar hanno portato a un nuovo governo guidato dai militari. Per il momento, non sembra che in questi paesi si sia verificata una brusca svolta a sinistra. A scala politica globale, le rivoluzioni della generazione Z restano una tendenza secondaria che non ha fermato la deriva generale verso la reazione imperialista.

La ragione principale è che queste esplosioni popolari non hanno trovato veicoli politici in grado di incanalare le loro energie in una direzione progressista. Nella stragrande maggioranza dei casi, la sinistra non è stata in grado di fornire una direzione alle rivolte di massa. In Nepal, la rivolta era in realtà diretta contro i vari partiti comunisti che hanno governato il Paese. In Sri Lanka, la rivolta di massa del 2022 ha portato al potere una coalizione guidata dai comunisti, che però ha già tradito le aspirazioni delle masse piegandosi al Fmi.

I problemi causati dalla mancanza di direzioni in queste rivolte sono aggravati dal fatto che la classe operaia organizzata non ha svolto un ruolo significativo. Infatti, nonostante le esplosioni sociali in Asia, Africa e America Latina, la classe operaia industriale del Sud globale, la stragrande maggioranza del proletariato mondiale, non ha ancora mostrato segni di maggiore militanza. Ciò è dovuto in gran parte al peggioramento delle prospettive economiche dei lavoratori industriali. Se il proletariato dovesse mostrare i muscoli in paesi come la Cina, il Messico o l’Indonesia, la lotta avrebbe un peso sociale molto maggiore e potrebbe cambiare radicalmente la politica mondiale.

Queste osservazioni non sminuiscono affatto il potenziale rivoluzionario del Sud globale, compreso quello dei Paesi periferici rispetto all’economia mondiale. Man mano che il mondo sprofonda nel caos della decadenza dell’impero americano, la pressione su questi paesi aumenterà, favorendo quella che probabilmente sarà la corrente rivoluzionaria più importante del prossimo periodo. Le recenti rivolte sono state in gran parte spontanee e politicamente amorfe. Ma quando la repressione e le soluzioni riformiste non riusciranno a contenere la rabbia popolare, gli elementi più avanzati ne trarranno insegnamento.

È compito dei marxisti accelerare questo processo aiutando i combattenti rivoluzionari del Sud globale a imparare dai fallimenti del passato e a raccogliersi intorno ad una strategia antimperialista unificata (vedi “In Defense of Permanent Revolution”, Spartacist n. 68, settembre 2023). Questo richiede un lavoro serio, a lungo termine e sistematico. Purtroppo, una pratica fin troppo diffuso nella sinistra rivoluzionaria è quella di esultare per le insurrezioni popolari, invocare la formazione di qualche specie di comitati operai indipendenti e poi passare a nuovi lidi appena l’occasione svanisce. Questo atteggiamento contribuisce ad alimentare le illusioni e il cinismo e non contribuisce ad organizzare la lotta rivoluzionaria nel Sud globale.

Il populismo di destra in Occidente

E l’Occidente? Siamo sull’orlo di una dittatura fascista o la rivoluzione è dietro l’angolo? Nessuna delle due, almeno per il momento. Anche in questo caso, dobbiamo mettere da parte gli impressionismi isterici e guardare alle reali tendenze politiche. In tutto l’Occidente vediamo il centro politico crollare sotto i colpi di una destra populista in ascesa. La forza di questo movimento nasce dal fatto che è generalmente l’unica forza politica che si oppone fermamente allo status quo liberale degli ultimi decenni. Infatti, la maggior parte delle principali forze di sinistra, anche se a volte radicali nella loro retorica, sono assolutamente impegnate a sostenere il centro contro la destra. Questo non solo non ferma la destra, ma fa sì che anche la sinistra affondi assieme alla nave della democrazia liberale.

I vari Paesi attraversano fasi diverse di questo processo. Negli Stati Uniti e in Italia, il populismo di destra è già al potere. Ma a livello internazionale e nazionale queste forze si scontrano ancora con l’opposizione politica delle sinistre dell’epoca precedente, che ne ostacolano le azioni senza riuscire a metterle in discussione. In Gran Bretagna, Francia e Germania, i governi centristi di Starmer, Macron e Merz sono gusci vuoti, disprezzati sia dalla destra che dalla sinistra. Per mantenere la loro posizione devono ricorrere a mezzi sempre più repressivi e burocratici. Ma ad ogni passo non fanno che alienare ulteriormente le masse e alimentare l’ascesa della reazione.

Ci sono poi paesi come il Canada, l’Australia e l’Irlanda, che pensano di resistere ai venti trumpiani. In Canada, le misure economiche aggressive degli Stati Uniti hanno temporaneamente rafforzato il centro liberale. L’Irlanda e l’Australia sperano di isolarsi dalle grandi correnti della politica mondiale. Il problema è che questi Paesi in fondo dipendono tutti dagli Stati Uniti dal punto di vista economico e militare e, al di là delle chiacchere, le loro élite si metteranno in ginocchio. I comunisti non possono lasciarsi cullare da un falso senso di sicurezza. È solo questione di tempo prima che il centro liberale crolli anche in questi paesi.

...e l’ascesa della sinistra?

E la sinistra? In molti di questi Paesi c’è stata una crescita della sinistra: l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, quella di Catherine Connolly a presidente irlandese, l’ascesa dei verdi e dello Your Party in Gran Bretagna e i recenti scioperi in Francia, Italia e Grecia. Per molti, questi sviluppi confermano che l’ascesa della sinistra è almeno pari a quella della destra. Purtroppo questa visione è sbagliata e si basa su una lettura errata delle dinamiche politiche.

Nella misura in cui c’è stato uno spostamento a sinistra, questo è avvenuto soprattutto tra gli strati della classe media liberale e tra gli studenti. Il suo impulso è stato la paura dell’ascesa della destra e l’indignazione per il fatto che i liberali tradizionali stanno tradendo i valori che dicevano di rappresentare. Non si basa su un aumento effettivo della coscienza e della militanza della classe operaia. Nella maggior parte dei casi, la classe operaia non si sta spostando a sinistra, ma costituisce una parte importante della base dei partiti populisti di destra. Altri strati sono demoralizzati e anche questo va a vantaggio delle forze reazionarie. Poiché anche la classe dirigente va a destra, le forze progressiste di sinistra sono prive di un peso sociale decisivo.

Inoltre, la maggior parte della sinistra si presenta come colei che difende con più forza e decisione l’imperialismo liberale, non come una forza che aspira a guidare la classe operaia verso il socialismo: ne sono esempio Catherine Connolly, i verdi in Gran Bretagna e Die Linke in Germania. Anche nella gestazione del Your Party, un’organizzazione che potrebbe adottare un programma di classe radicale, la maggior parte della base e della direzione resta fortemente legata al liberalismo britannico tradizionale. In tutti questi casi, il compito dei socialisti è quello di lottare per una rottura politica con il liberalismo e un chiaro orientamento alla costruzione di legami con la classe operaia.

Negli Stati Uniti, con Trump alla Casa Bianca e il Partito democratico nel marasma, le dinamiche sono un po’ diverse. La vittoria di Mamdani contro il Maga e contro l’establishment del Partito democratico mostra molti parallelismi con i movimenti di sinistra in altri Paesi. Ma ci sono almeno due differenze importanti. La prima è che Mamdani è cresciuto all’interno del tradizionale sistema bipartitico dell’imperialismo americano. Anche se ha molti nemici nel Partito democratico, per la classe dominante non rappresenta una minaccia. Personaggi come Barack Obama hanno già fatto le loro aperture a Mamdani per coinvolgerlo nell’establishment. Inoltre, la campagna di Mamdani non si è basata sulla difesa del vecchio status quo liberale. Ha presentato rivendicazioni economiche minimaliste cercando di evitare le questioni sociali come l’immigrazione, l’oppressione dei neri e la questione trans. Per questo Mamdani, a differenza dei politici di sinistra in Europa, potrebbe precorrere il futuro Partito democratico: con più interventismo economico e meno liberalismo sociale.

La cosa fondamentale da capire è che Mamdani non è sospinto da una crescita delle combattività della classe operaia di New York. La maggior parte dei lavoratori è terrorizzata o demoralizzata e alcuni sostengono ancora Trump. Per il momento, i lavoratori si preoccupano di restare a galla mentre tutto peggiora. Questo vale soprattutto per i lavoratori immigrati e neri. Per quanto importanti possano essere gli impulsi della classe media e degli studenti, i marxisti sanno che senza il sostegno della classe operaia non ci può essere una base reale per una politica di sinistra radicale. Capire cosa pensa la classe operaia e modellare su questo il proprio intervento dev’essere al centro del lavoro dei comunisti in questa fase.

Molti sicuramente diranno che gli ultimi scioperi in Italia e in Francia ci smentiscono. Ed è vero che in entrambi i Paesi ci sono state importanti giornate di sciopero (in Italia, le più grandi degli ultimi decenni). Ma sono eccezioni che confermano la regola. Anche in Italia e in Francia le tendenze di fondo sono le stesse che nel resto d’Europa. Il centro sta crollando, la destra è al potere o in ascesa, la maggior parte della classe operaia va a destra e la classe media liberale è in preda al panico.

In Francia, al tradizionale sciopero di un giorno con manifestazione si è aggiunto l’appello a “bloccare tutto” lanciato dai progressisti che nelle città sostengono Mélenchon. Ma la sinistra continua ad essere in affanno, i reazionari del Rassemblement National sono sempre più vicini al potere e i lavoratori risentono ancora della sconfitta subita nella lotta contro la riforma delle pensioni del 2023. In questo contesto, gli appelli dell’estrema sinistra ad uno sciopero generale non fanno che rafforzare la destra e la burocrazia sindacale, che possono presentarsi come gente coi piedi per terra rispetto ad una sinistra che vive fuori dalla realtà.

In Italia, lo sciopero generale in difesa della Palestina è stato senz’altro una dimostrazione di forza. Ma molti lavoratori sono risentiti per il fatto che questi stessi dirigenti sindacali non abbiano intrapreso alcuna lotta seria contro gli attacchi dei padroni e del governo Meloni. Inoltre, gli scioperi di ottobre non sembrano aver modificato radicalmente le dinamiche politiche e Meloni rimane saldamente in sella. Purtroppo, sia in Francia che in Italia le recenti mobilitazioni sono state in linea con la forte tradizione sindacalista di questi paesi e riflettono più l’agonia del vecchio ordine che non il risveglio della classe operaia contro la destra populista.

Il fascismo non è dietro l’angolo

La nostra analisi significa che il fascismo è imminente e inevitabile? No. Anche se i pregiudizi reazionari e le forze populiste di destra sono in crescita, non si tratta di fascismo, che consiste in mobilitazioni paramilitari per schiacciare il movimento operaio e gli oppressi. La violenza razzista da parte di teppisti reazionari è in aumento, ma si tratta in genere di episodi isolati, non di movimenti di massa organizzati come quelli del Ventesimo secolo. L'aumento della repressione statale e dell’autoritarismo, come i rastrellamenti dell’Ice negli Stati Uniti, indicano una tendenza pericolosa, ma non ancora la distruzione fisica di tutte le forme di opposizione politica che si accompagna a un regime fascista.

Poiché la violenza fascista prende di mira il movimento operaio organizzato e i gruppi e le minoranze oppresse, che compongono gran parte del proletariato, dovrà scontrarsi con la resistenza della classe operaia. Non c’è nulla di inevitabile nell’ascesa del fascismo. Il punto della nostra analisi non è quello di essere disfattisti, ma di insistere sul fatto che per fermare il fascismo e la reazione è necessaria una strategia che parta dalle condizioni reali, non da quelle che vorremmo.

Dobbiamo insistere sul fatto che il crollo del centro liberale è inevitabile. Nessuna manovra elettorale o repressione burocratica potrà salvare il vecchio ordine. Le grida di allarme sul fascismo sono solo un tentativo disperato di schierare la sinistra a difesa dello status quo. Come un annegato, il centro liberale si aggrapperà alla sinistra nel disperato tentativo di rimanere a galla. Il movimento operaio deve rispondere al liberalismo a calci in faccia senza lasciarsi trascinare a fondo.

La vera domanda per i comunisti è quanto ci vorrà prima che il crollo del liberalismo porti ad una nuova ascesa delle tendenze rivoluzionarie della classe operaia. Accelerare questa evoluzione dev’essere al centro dei nostri sforzi. Per questo bisogna smetterla di fare da appendice di sinistra del liberalismo. Ma questo esige anche che ci si tuffi negli avvenimenti politici concreti senza accontentarsi di gridare al vento slogan rivoluzionari. Solo così i marxisti potranno iniziare a ricostruire la propria influenza indipendente nella classe operaia e a minare la presa della destra.

PARTE II: SCOSSE ALL'ORIZZONTE

Ora che abbiamo delineato alcune tra le principali tendenze politiche mondiali, possiamo volgere l’attenzione al futuro. La situazione è delicata. Ci sono molti vulcani pronti ad esplodere in qualsiasi momento e cambiare l’ordine globale. Per orientarsi correttamente nel prossimo periodo bisogna studiare i vari punti di tensione, la loro probabile evoluzione e l’impatto politico che avrebbero.

La Cina: Il gigante addormentato

La principale fonte di tensioni geopolitiche a lungo termine è il conflitto tra Stati Uniti e Cina. Detto questo, non sembra che le tensioni siano sul punto di esplodere. La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha rivelato quanto sia forte la posizione della Cina (un fatto che abbiamo sottovalutato nelle nostre ultime analisi). Non solo la Cina domina la produzione industriale globale, ma ha anche il controllo sui minerali di terre rare che sono cruciali per il complesso militare-industriale americano. Questo ha costretto gli Stati Uniti a una parziale retromarcia nella loro guerra economica contro la Cina e ha chiarito che gli Stati Uniti non sono nemmeno in grado di provocare una guerra convenzionale. Gli Usa possono aggirare il controllo cinese su questi snodi economici e probabilmente ci riusciranno, ma ci vorranno anni.

Se la Cina volesse sconfiggere gli Stati Uniti, farebbe logicamente leva su questo vantaggio, paralizzando l’intera filiera di rifornimento delle forze armate americane. Ma come abbiamo già visto, quella del Pcc è una burocrazia conservatrice che non ha quest’intenzione. Ha invece scelto di stabilizzare le relazioni con gli Stati Uniti accettando un accordo commerciale di un anno. Vedremo quanto durerà. Nel frattempo, gli Stati Uniti possono colmare le lacune della loro filiera di approvvigionamento e hanno mano libera per attaccare i paesi più deboli: tutte cose che in futuro si potrebbero ritorcere contro la Cina (vedi “Cina: do nothing, lose”, Spartacist n. 70, maggio 2025).

Il Venezuela nel mirino

La minaccia più immediata è nei confronti del Venezuela, contro cui è in atto un enorme escalation bellicista. Una guerra totale tra gli Stati Uniti e il Venezuela scuoterebbe tutta l’America latina. Se gli Stati Uniti riuscissero a rovesciare il presidente Maduro, si determinerebbe un radicale riallineamento politico nel continente, che distruggerebbe i progressi democratici degli ultimi decenni e riporterebbe all’epoca delle dittature militari di destra amiche degli Usa. Inoltre, la caduta di Maduro stringerebbe il cappio al collo dello Stato operaio cubano.

Anche se un’aggressione militare contro il Venezuela, limitata o totale, è una possibilità concreta, gli Usa hanno anche molte ragioni per evitarla. In primo luogo, una guerra con il Venezuela sarebbe molto impopolare negli stessi Stati Uniti e un’invasione di terra incontrerebbe un’enorme opposizione. Non solo una guerra rischierebbe di trasformarsi in un altro pantano, ma nulla garantisce la vittoria. L’aggressione militare potrebbe facilmente ritorcersi contro e raccogliere la popolazione venezuelana attorno al suo governo, scatenando un’opposizione di massa agli Usa in tutta l’America Latina.

Sicuramente nel Dipartimento di Stato c’è chi spera che basti la minaccia della potenza di fuoco americana a far crollare il regime di Maduro. Negli ultimi decenni, il regime instaurato da Hugo Chávez (oggi guidato da Maduro) ha frenato e spento l’energia rivoluzionaria delle masse venezuelane. Questo, oltre alle conseguenze devastanti delle sanzioni economiche americane, ha costantemente indebolito il sostegno popolare per il regime, spingendolo a farsi sempre più fragile e repressivo. Ma per la classe operaia, una capitolazione senza combattere del regime di Maduro sarebbe lo scenario peggiore. Sarebbe un’enorme vittoria a buon mercato per i gusanos venezuelani e per l’imperialismo Usa e demoralizzerebbe le masse in tutta l’America latina.

Non possiamo sapere cosa faranno gli Usa. Purtroppo, in questo caso, l’iniziativa è nelle mani di Trump e ci sono pochi limiti immediati a quello che può o non può fare. Ma lo scoppio di una guerra aprirebbe un vaso di pandora dalle conseguenze imprevedibili e non necessariamente favorevoli a Trump. A prescindere da ciò che accadrà, i rivoluzionari devono essere saldi a difesa del Venezuela e di qualsiasi altro Paese che finisca nel mirino degli Stati Uniti.

L'Ucraina a una svolta

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, la situazione è completamente diversa. Qui l’iniziativa è saldamente nelle mani della Russia e Putin non si fa scrupoli a giocare fino in fondo le sue carte. L’inutile teatrino diplomatico di Trump ha fatto il suo tempo. I bluff non cambiano il fatto che la Russia sta vincendo e gli ultimi negoziati hanno solo confermato che il conflitto sarà deciso dalle armi e non dalla diplomazia.

Il ritmo delle conquiste russe è aumentato negli ultimi due anni e ora siamo a un punto di svolta importante nel conflitto. La caduta della città di Pokrovsk non solo rappresenta la perdita di un importante snodo logistico, ma apre potenzialmente la strada a un crollo dell’intera posizione dell’Ucraina in Donbass, l’epicentro della guerra. La caduta del Donbass aprirebbe la strada alla Russia per marciare fino alle sponde del Dniepr, la principale arteria economica dell’Ucraina. È possibile che l’arrivo dell’inverno e la resistenza ucraina lo ritardino ancora di un paio di mesi. Ma ormai è solo questione di tempo prima che le linee ucraine crollino sotto l’implacabile offensiva russa.

Gli sviluppi attuali stanno causando all’Ucraina perdite catastrofiche e insostituibili di manodopera e attrezzature. Inoltre pongono le basi per una grave crisi politica a Kiev, che comprometterà ulteriormente lo sforzo bellico. Le conseguenze della sconfitta non si faranno sentire solo in Ucraina, ma provocheranno un terremoto politico in tutta Europa. I governi tedesco, francese e britannico hanno investito un'enorme quantità di capitale militare, economico e politico sull’Ucraina e il suo crollo scuoterà a fondo l’establishment politico. La scossa arriverà fino agli Usa, ma Trump ha il vantaggio di aver tenuto un po’ più le distanze dalla faccenda rispetto alle sue controparti europee.

Solo dopo un crollo militare ucraino la diplomazia giocherà un ruolo più importante. Si tratterà di capire se gli Stati Uniti e la Russia riusciranno a trovare un accordo che congeli quantomeno l’attuale linea del fronte tra il blocco filo-americano e la Russia o se il conflitto è destinato a continuare. Nel primo caso, potremmo assistere all’imposizione di un ordine reazionario in Europa basato su un patto russo-americano. Sarebbe un risultato ideale per la Russia, che al momento non ha né l’ambizione né il peso economico per dominare l’Europa. L’ostacolo principale ad un accordo sta nel fatto che gli Usa non sono disposti a ingoiare il rospo della sconfitta e della riduzione della loro influenza in Europa orientale. Inoltre, gli Stati Uniti si scontrano con una forte opposizione dell’Ucraina e dell’Ue a qualsiasi accordo decisivo con la Russia.

Se il conflitto dovesse continuare, l’Europa rimarrebbe estremamente instabile e si potrebbe giungere ad una collisione militare tra Russia e Nato dagli esiti catastrofici. Purtroppo, le vili capitolazioni al nazionalismo da parte del movimento operaio in Ucraina e in Russia (in cui il movimento socialista internazionale non è stato affatto di aiuto) rendono molto remota la possibilità di una soluzione operaia al conflitto. La situazione potrebbe cambiare in fretta in caso di una crisi acuta, ma l’immediato futuro è cupo. Oggi più che mai, i comunisti devono lavorare per costruire un polo rivoluzionario nella regione, unendo il proletariato sulla base di un programma antimperialista comune (vedi “Guerra in Ucraina: da che parte state?” Workers Vanguard n. 1184, aprile 2025).

Israele prepara un nuovo bagno di sangue

Dal 7 ottobre, Israele ha intensificato continuamente la sua campagna di terrore genocida contro i palestinesi. A causa delle divisioni e delle vacillazioni politiche dell’Asse della resistenza, è stato in grado di attaccarne separatamente le varie componenti quando gli ha fatto comodo. Questo ha permesso a Israele di continuare la guerra per due anni nonostante l’enorme sforzo. Ora il cessate il fuoco ottenuto con la mediazione degli Usa consente una pausa ad Israele, di cui approfitterà per preparare una nuova serie di massacri.

Possiamo riassumere così il risultato per l’Asse della resistenza: Hamas ha subito un duro colpo ma ha tenuto, Hezbollah si è dimostrata una tigre di carta e ora si lecca le ferite, il crollo di Assad ha portato ad una sconfitta strategica e gli Houthi ne sono usciti con una buona reputazione. L'Iran, pedina centrale dell’alleanza, è stato in grado di tenere testa a Israele e agli Usa per 12 giorni di guerra, ma la sua posizione nella regione ne esce indebolita e deve affrontare crescenti tensioni interne.

Nonostante il coraggio dimostrato dalla Resistenza, sicuramente molti si chiedono: “ne è valsa la pena?” I risultati degli ultimi due anni spingono molti a conclusioni disfattiste e fare concessioni agli Stati Uniti, a Israele e agli Emirati arabi. Questo stato d’animo dev’essere contrastato a tutti i costi. Israele e gli Stati Uniti continueranno la loro carneficina nella regione finché non saranno costretti a fermarsi. La resistenza non è una scelta! Il recente conflitto lo ha confermato dimostrando che la conciliazione e l’esitazione portano solo ulteriori carneficine da parte israeliana. La causa palestinese non è solo giusta, è anche una questione di sopravvivenza per l’intera popolazione araba dell’Asia occidentale.

Dobbiamo essere chiari sul fatto che il conflitto continua e che i palestinesi continuano a morire; è solo diminuito d’intensità ma tornerà ad esplodere. Dobbiamo far sì che quando avverrà, siano state tratte le giuste lezioni politiche e militari (vedi “Affondare il Piano Trump!”, Spartaco n. 87). Non sarà una cosa automatica: devono essere i comunisti a dare un contributo affinché queste lezioni siano assimilate e raggiungano gli elementi d’avanguardia della lotta antisionista, nel mondo arabo e altrove.

La crisi in Asia meridionale

L’Asia meridionale è stata scossa da una crescente instabilità. Sri Lanka, Bangladesh e Nepal hanno visto delle rivolte popolari negli ultimi anni. Le tensioni in Kashmir ribollono. Solo qualche mese fa, Pakistan e India erano in guerra e recentemente si sono scontrati Afghanistan e Pakistan. Ora le tensioni stanno tornando a crescere dopo gli attentati a Nuova Delhi e Islamabad. I governi della regione sentono il peso crescente delle tensioni geopolitiche e della pressione economica imperialista ed è difficile prevedere cosa accadrà ma sicuramente ci saranno altre scosse. Dato il peso demografico ed economico del subcontinente indiano, queste avranno sicuramente conseguenze importanti sulla situazione mondiale.

Le crescenti tensioni in Asia Meridionale sono in gran parte il prodotto di un contesto internazionale sempre più difficile. Anche l’India, Paese più stabile ed egemone nella regione, è sempre più sotto pressione. Il rapido peggioramento delle relazioni tra Trump e il Primo ministro Modi ha sorpreso e scosso la classe politica indiana. Molti hanno ipotizzato che l’India cercherà un riavvicinamento con la Cina e si allontanerà dagli Stati Uniti. Non c’è da crederci. La classe capitalista indiana rimane profondamente integrata con l’Occidente. Ci vorrà una crisi molto più profonda per spezzare questi legami, anche perché le relazioni tra Cina e India sono storicamente ostili.

Mentre le tensioni minacciano la regione, la sinistra deve smetterla di fare le pulci al passato e sforzarsi di organizzare una lotta unitaria contro l’imperialismo e gli avidi capitalisti che svendono i propri Paesi e aizzano i popoli a scannarsi. (vedi “La polveriera dell’Asia meridionale”, Spartacist n. 70, maggio 2025).

Il fattore decisivo: l’economia globale

Il fattore più importante nello sviluppo della politica mondiale è l’economia. E’ la base di tutto e la sua evoluzione sarà decisiva nel plasmare il corso degli eventi. È impossibile prevedere esattamente quando si verificherà la prossima grande crisi ma non c’è dubbio che si stia avvicinando e che avrà conseguenze devastanti.

L'economia globale non si è mai ripresa completamente dalla crisi del 2008. La crescita complessiva dell’economia reale è stata modesta e il tenore di vita nella maggior parte dei paesi è ristagnato o ha subito un’inversione di tendenza. I principali fattori che hanno sostenuto la crescita globale sono stati gli ingenti investimenti infrastrutturali e immobiliari in Cina, i giganteschi stimoli monetari e fiscali dei governi occidentali alle loro economie e la frenetica speculazione sui titoli azionari incentrata negli Stati Uniti.

Di questi tre fattori, solo il terzo perdura ancora. Il Pcc ha rallentato il ritmo degli investimenti nelle infrastrutture e ha fatto scoppiare la bolla immobiliare, portando il mercato in depressione. In risposta, il regime ha investito massicciamente nelle “nuove forze produttive”, facendo scendere il prezzo di molti beni industriali, tra cui le auto elettriche e i pannelli solari. Questi massicci investimenti hanno creato un ciclo deflazionistico in Cina e accelerato la tendenza alla deindustrializzazione in altre parti del mondo. In tutto il mondo, assistiamo ad una frenata della produzione e ad un eccesso di offerta di beni industriali.

Per quanto riguarda il lato monetario dell’equazione, la maggior parte delle principali economie ha visto un aumento dei tassi di interesse in risposta all’impennata dell’inflazione successiva alla pandemia. Questo ha determinato la fine dell’epoca dei bassissimi tassi di interesse iniziata nel 2008. Il risultato è che i prestiti sono sempre più costosi e spingono molti governi a cercare di limitare il deficit. La maggior parte dei paesi imperialisti si ritrova ora con un carico di debito storicamente elevato, che minaccia di provocare una grande instabilità politica ed economica. Tutti i problemi sono aggravati dalla corsa all’aumento delle spese militari.

La bolla azionaria incentrata sul mercato statunitense ha continuato a espandersi dopo la correzione dei primi giorni della presidenza Trump. Questo ha consentito agli azionisti di continuare con i livelli elevati di consumi mentre tutti gli altri fanno ancora più fatica a tirare avanti. Il principale (anzi ormai l’unico) motore dell’impennata dei titoli tecnologici e dei profitti sui mercati azionari continua ad essere la presunta rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La capitalizzazione delle azioni di Nvidia (produttore di chip) ha raggiunto i 5.000 miliardi di dollari, l’equivalente del prodotto annuo di tutta l’economia tedesca. È chiaro che si tratta di una follia. Finora, la bolla ha continuato a gonfiarsi grazie all’aumento di valore delle aziende di Ia, usato per acquistare altri prodotti di Ia, con una spirale al rialzo delle valutazioni. Questo porterà inevitabilmente ad un crollo catastrofico. Non è possibile prevedere esattamente quando, ma è chiaro che i fattori su cui si basa la bolla azionaria continuano a ridursi e che la bolla si basa sulla rapida crescita di un numero di titoli sempre più ristretto.

Quando la festa finirà, capiremo qual è veramente lo stato dell’economia mondiale e quali sono i reali rapporti di forza economici tra le grandi potenze. È probabile che all’inizio una grave crisi non porti ad un aumento della combattività della classe operaia. La paura per il futuro e l’istinto di autoconservazione saranno probabilmente gli atteggiamenti prevalenti e consentiranno ai governi di spremere ancor più i lavoratori nonostante la loro crescente impopolarità. Le imminenti avversità economiche sono una delle principali ragioni per cui insistiamo che la classe operaia deve adottare un atteggiamento difensivo (vedi “Cosa dovrebbero fare i militanti sindacali”, Workers Vanguard n. 1186, agosto 2025).

Ma ci sono dei limiti alla sopportazione della classe operaia che dovrà infine giungere alla conclusione che la lotta collettiva è necessaria alla sopravvivenza. Quando l’economia si riprenderà, potremmo vedere una ripresa di lotte operaie su vasta scala.

Rivoluzionari in un periodo reazionario

Come comunisti, riconosciamo l’importanza dell’elemento soggettivo, ovvero la capacità degli individui e dei partiti di plasmare la storia con le loro azioni. In alcuni momenti, come la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, l’azione consapevole di un’avanguardia rivoluzionaria può essere decisiva. Ma il ruolo degli individui è decisivo solo nella misura in cui si colloca nell’alveo di processi storici oggettivi. Per fare un esempio dalla navigazione, è chiaro che bisogna saper posizionare la vela, ma senza vento non si va da nessuna parte.

Cosa devono fare i rivoluzionari in un periodo in cui i venti della lotta di classe non gonfiano le loro vele? Certo, questo limita molto l’impatto diretto che possiamo avere sulle masse. Non possiamo spingere le masse alla lotta solo con i nostri sforzi soggettivi. Ma non vuol dire che siamo irrilevanti. Al contrario. In condizioni oggettive difficili, è ancora più importante fare scelte ponderate e consapevoli su come impiegare le forze. Dobbiamo prevedere gli sviluppi politici e posizionarci per affrontarli con successo (vedi “La crisi della sinistra marxista e i compiti della Lci”, Spartacist n. 70, maggio 2025).

Sicuramente molti considereranno troppo pessimista o persino disfattista la nostra analisi. Possiamo solo scrollare le spalle. Il miope ottimismo di questi critici di fronte alla crescente reazione è una rozza caricatura del marxismo. Noi, da parte nostra, ci basiamo sull’esperienza del Partito bolscevico descritta da Trotsky:

"Grazie a questi avvenimenti, i ‘trotskisti’ hanno imparato a conoscere il ritmo della storia, o in altri termini la dialettica della lotta di classe. L’hanno imparato e, sembra a noi, sono riusciti a subordinare a tale ritmo oggettivo i loro disegni soggettivi e i loro programmi. Hanno imparato a non disperare, poiché le leggi della storia non dipendono dai nostri gusti individuali e dai nostri criteri morali. Hanno imparato a subordinare i loro gusti individuali a tali leggi. Hanno imparato a non temere i nemici più potenti, se la potenza di questi nemici è in contraddizione con le esigenze dello sviluppo storico. Essi sanno rimontare la corrente nella convinzione profonda che l’afflusso storico di nuova potenza li porterà sino all’altra riva. Non tutti: molti annegheranno per via. Ma il partecipare a tale movimento con gli occhi aperti, con una volontà tesa, costituisce la soddisfazione morale per eccellenza che possa essere data a un essere pensante!” (La loro morale e la nostra, 1938)